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Sentenze della Corte di Giustizia dell'UE

XIV COMMISSIONE (POLITICHE DELL'UNIONE EUROPEA)

  • Sentenza della Corte (Settima Sezione) del 17 settembre 2020
    Burgo Group SpA contro Gestore dei Servizi Energetici SpA - GSE

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta da Consiglio di Stato
    Rinvio pregiudiziale - Ambiente - Promozione della cogenerazione - Normativa nazionale che prevede un regime di sostegno - Regime di sostegno a favore di impianti di cogenerazione non ad alto rendimento esteso oltre il 31 dicembre 2010

    Causa n.: C-92/19
    Data di assegnazione: 06/10/2020

     

    La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull'interpretazione dell'articolo 12, paragrafo 3 della direttiva 2004/8/CE sulla promozione della cogenerazione basata su una domanda di calore utile nel mercato interno dell'energia e che modifica la direttiva 92/42/CEE. La domanda è stata presentata dal Consiglio di Stato nell'ambito della controversia tra la società Burgo Group Spa e il Gestore dei Servizi Energetici (GSE) in merito al rifiuto di quest'ultimo di riconoscere a Burgo Group il beneficio di un regime di sostegno consistente nell'esenzione dall'acquisto obbligatorio dei cosiddetti "certificati verdi". 

    Si ricorda che il decreto legislativo n.79 del 1999 ha introdotto dal 2002, per produttori e importatori di energia elettrica da fonti non rinnovabili, l'obbligo di immettere ogni anno nel sistema elettrico nazionale una quota di energia elettrica da fonti rinnovabili, anche tramite l'acquisto di certificati verdi che ne attestino la produzione da parte di altri soggetti.

    Con riferimento agli impianti di cogenerazione, l'articolo 3 del decreto legislativo n. 20/2007, che ha recepito la direttiva 2004/8/CE, ha stabilito transitoriamente l'equiparazione fino al 31 dicembre 2010 delle due tipologie di impianti, di cogenerazione ad alto rendimento o "CAR" e "semplici" o "non CAR", estendendo anche a questi ultimi, gli incentivi previsti dall'articolo 11 del decreto legislativo n. 79/1999, in particolare l'esenzione dall'acquisto obbligatorio di Certificati Verdi.  

    A partire dal 1° gennaio 2011, cessato il periodo transitorio, il Gestore dei Servizi Energetici. GSE SpA ha ritenuto il regime di sostegno riservato ai soli impianti ad alto rendimento, conformi all'Allegato III della direttiva 2004/8/CE e non più operante la sua estensione agli impianti "non CAR". La società Burgo Group ha chiesto al GSE l'ammissione al beneficio per i propri impianti "non CAR", per gli anni dal 2011 al 2013 e ciascuna domanda è stata respinta.

    Con la sentenza in oggetto, la Corte di Giustizia si è pronunciata per la compatibilità con il diritto dell'UE e con la norma richiamata, di un regime di sostegno a favore di impianti di cogenerazione di energia non ad alto rendimento, c.d. "non CAR", anche una volta esaurito il regime transitorio previsto dal decreto legislativo di recepimento della direttiva 2004/8/CE.  

    Preliminarmente, la Corte ha assicurato che i regimi di sostegno nazionali non sono disciplinati dall'articolo 12, paragrafo 3, della direttiva, ma dall'articolo 7 della stessa, il quale non si limita ai soli impianti di cogenerazione ad alto rendimento.

    Pertanto, la Corte osserva che gli Stati membri possono prevedere anche in favore di impianti di cogenerazione "non CAR" regimi di sostegno come l'esonero dall'obbligo di acquisto di certificati verdi.

    Quanto alle ulteriori questioni poste dal giudice del rinvio, vale a dire la continuità del sostegno dopo il 31 dicembre 2010, la sentenza conclude che l'articolo 12, paragrafo 3, della direttiva 2004/8 deve essere interpretato nel senso che esso non osta ad una normativa nazionale che permetta ad impianti di cogenerazione non ad alto rendimento, ai sensi di tale direttiva, di continuare a beneficiare, anche dopo tale data, di un regime di sostegno alla cogenerazione che comporti l'esenzione dall'obbligo di acquistare certificati verdi.

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  • Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 3 settembre 2020
    Vivendi SA contro Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

    Rinvio pregiudiziale – Comunicazioni elettroniche – Articolo 11, paragrafo 2, della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea – Libertà e pluralismo dei media – Libertà di stabilimento – Articolo 49 TFUE – Direttiva 2002/21/CE – Articoli 15 e 16 – Normativa nazionale che vieta ad un'impresa dotata di un significativo potere di mercato in un settore di raggiungere una "rilevante dimensione economica" in un altro settore – Calcolo dei ricavi realizzati nel settore delle comunicazioni elettroniche e nel settore dei media – Definizione del settore delle comunicazioni elettroniche – Limitazione ai mercati oggetto di regolamentazione ex ante – Considerazione dei ricavi delle società collegate – Fissazione di una soglia di ricavi diversa per le società attive nel settore delle comunicazioni elettroniche

    Causa C-719/18

    Causa n.: C-719/18
    Data di assegnazione: 06/10/2020

    La sentenza in oggetto verte sulla compatibilità con il diritto dell'Unione europea di una disposizione italiana (art. 43, co. 11 del Testo Unico dei Servizi di Media Audiovisivi e Radiofonici, TUSMAR, c.d. "legge Gasparri") che ha l'effetto di impedire a una società registrata in un altro Stato membro - i cui ricavi nel settore delle comunicazioni elettroniche, come definito ai fini di tale normativa, siano superiori al 40% dei ricavi complessivi di tale settore - di conseguire nel "sistema integrato delle comunicazioni" (SIC) ricavi superiori al 10% di quelli complessivi del sistema medesimo. La domanda di pronuncia pregiudiziale era stata avanzata dal Tribunale amministrativo del Lazio in sede di decisione sul ricorso proposto da Vivendi contro l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM). Nel 2016, infatti, la società francese Vivendi SA, attiva nel settore dei media e nella creazione e distribuzione di contenuti audiovisivi, aveva stipulato un contratto di partnership strategica con Mediaset e Reti Televisive Italiane SpA, società italiane del medesimo settore controllate dal gruppo Fininvest 1, mediante il quale Vivendi ha acquisito il 3,5% del capitale sociale di Mediaset e il 100% di quello di Mediaset Premium SpA, cedendo in cambio a Mediaset il 3,5% del proprio capitale sociale; in seguito tuttavia, a causa di contrasti sull'esecuzione di tale contratto, Vivendi ha avviato una campagna di acquisizione ostile di azioni di Mediaset, giungendo ad acquisirne il 28,8% del capitale sociale, pari al 29,94% dei diritti di voto. Mediaset ha denunciato Vivendi dinanzi all'AGCOM, accusandola di aver violato la citata disposizione italiana che, allo scopo di salvaguardare il pluralismo dell'informazione, vieta a qualsiasi società i cui ricavi nel settore delle comunicazioni elettroniche, anche tramite società controllate o collegate, siano superiori al 40% dei ricavi complessivi di tale settore, di conseguire nel «sistema integrato delle comunicazioni» (SIC) ricavi superiori al 10% di quelli del sistema medesimo in Italia. Era il caso della società Vivendi, che occupava già una posizione rilevante nel settore italiano delle comunicazioni elettroniche, in virtù del controllo esercitato su Telecom Italia SpA (TIM). Con delibera del 18 aprile 2017 l'AGCOM ha accertato che Vivendi, acquisendo le predette partecipazioni in Mediaset, aveva violato tale disposizione italiana e le ha ordinato di porre fine a tale violazione. Pur ottemperando all'ordine dell'AGCOM, trasferendo ad una società terza la titolarità del 19,19% delle azioni di Mediaset, Vivendi ha adito il TAR Lazio chiedendo l'annullamento di tale delibera. Il TAR ha dunque sospeso il procedimento e domandato alla Corte di giustizia di chiarire la portata dei principi di libertà di stabilimento (art. 49 TFUE), libera prestazione dei servizi (art. 56 TFUE) e libera circolazione dei capitali (art. 63 TFUE) rispetto alla disciplina sottesa alla decisione di AGCOM. La Corte di Giustizia procede in primo luogo dalla riconduzione della vicenda in esame al diritto di stabilimento, in quanto l'acquisizione di partecipazioni minoritarie che consentono di esercitare una sicura influenza sulle decisioni di una società e di determinarne le attività esula dall'ambito di applicazione della disciplina sulla libera circolazione dei capitali (ex art 63 TFUE), che secondo una giurisprudenza costante del giudice europeo riguarda acquisizioni di partecipazioni effettuate al solo scopo di realizzare un investimento finanziario, senza intenzione di influire sulla gestione e sul controllo dell'impresa interessata. Dunque la Corte si sofferma sulla possibilità di valutare la normativa nazionale, che limita il diritto di acquisire una simile partecipazione nel sistema integrato delle comunicazioni, quale una restrizione della libertà di stabilimento vietata dal Trattato: la Corte ribadisce, infatti, che l'articolo 49 TFUE osta a qualsiasi provvedimento nazionale che possa ostacolare o scoraggiare l'esercizio, da parte dei cittadini dell'Unione, della libertà di stabilimento sancita dal TFUE. Tale appare la disposizione italiana che vieta a Vivendi di mantenere le partecipazioni acquisite in Mediaset o detenute in Telecom Italia, obbligandola quindi a porre fine a tali partecipazioni, nell'una o nell'altra di tali imprese, nella misura in cui eccedevano le soglie previste. La Corte osserva tuttavia che una restrizione siffatta alla libertà di stabilimento può, in linea di principio, essere giustificata da un motivo imperativo di interesse generale, quale la tutela del pluralismo dell'informazione e dei media, per l'importanza che riveste in una società democratica e pluralista, purché però la misura nazionale restrittiva sia idonea a garantire il conseguimento dello scopo perseguito e non ecceda quanto necessario per raggiungerlo. La normativa italiana deve pertanto essere sottoposta a un giudizio di proporzionalità per verificare se sia atta e necessaria al perseguimento del pluralismo dei media, e se quest'ultimo scopo non potrebbe essere raggiunto attraverso divieti o limitazioni di minore portata o che colpiscano in minor misura l'esercizio della libertà di stabilimento. L'onere di dimostrare che detta disposizione sia conforme al principio di proporzionalità rimane in capo alle autorità nazionali. Ebbene la Corte, richiamando una propria precedente sentenza (del 13 giugno 2019 nella causa C-193/18), in cui si stabilisce una chiara distinzione tra produzione e trasmissione di contenuti, osserva che le imprese, operanti nel settore delle comunicazioni elettroniche, che esercitano un controllo sulla trasmissione dei contenuti audiovisivi, non necessariamente esercitano un controllo sulla produzione di tali contenuti e rileva che la disposizione italiana non fa riferimento né si applica specificamente ai collegamenti tra la produzione e la trasmissione dei contenuti, ponendo invece un divieto assoluto ai soggetti i cui ricavi realizzati nel settore delle comunicazioni elettroniche siano superiori al 40% dei ricavi complessivi di tale settore, di conseguire nel SIC ricavi superiori al 10% di quelli del sistema medesimo. Né il fatto di conseguire o meno ricavi equivalenti al 10% dei ricavi complessivi del SIC appare di per sé indicativo di un rischio di influenza sul pluralismo dei media. La Corte rileva, inoltre, che la norma italiana definisce in modo troppo restrittivo il perimetro del settore delle comunicazioni elettroniche, escludendo ingiustificatamente mercati che rivestono un'importanza crescente per la trasmissione di informazioni, come i servizi al dettaglio di telefonia mobile o altri servizi di comunicazione elettronica collegati ad Internet, nonché i servizi di radiodiffusione satellitare, divenuti la principale via di accesso ai media: ciò determina una sopravvalutazione del potere di mercato detenuto da un'impresa nel settore delle comunicazioni elettroniche e, simultaneamente, diminuisce le sue possibilità di partecipare al settore dei media audiovisivi, rendendo in tal modo più difficile il suo insediamento in Italia. Infine, la Corte constata che nell'ambito del calcolo dei ricavi realizzati da un'impresa nel settore delle comunicazioni elettroniche o nel SIC, equiparare la situazione di una «società controllata» a quella di una «società collegata», non appare conciliabile con l'obiettivo perseguito dalla disposizione in questione: infatti, giacché il collegamento è presunto dalla titolarità di almeno un quinto dei diritti di voto nell'assemblea della società collegata (ex art. 2359, co. 3 c.c.), tale circostanza non vale di per sé a dimostrare che la prima società possa concretamente esercitare sulla seconda un'influenza tale da pregiudicare il pluralismo dei media e dell'informazione. La Corte ne conclude che la disposizione italiana, fissando una limitazione generale ed astratta fondata su soglie che non consentono di determinare se e in quale misura un'impresa possa effettivamente influire sul contenuto dei media, non presenta un nesso sufficiente con l'esigenza di prevenire il rischio di compromissione del pluralismo dei media. In definitiva, nella misura in cui risulta inidonea a conseguire l'obiettivo di interesse generale di tutela del pluralismo dell'informazione, la normativa italiana è incompatibile con il diritto di stabilimento sancito dall'art. 49 TFUE.

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  • Sentenza della Corte (Ottava Sezione) del 16 luglio 2020
    Antonio Capaldo SpA contro Agenzia delle dogane e dei monopoli - Ufficio delle dogane di Salerno

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta da Commissione tributaria regionale della Campania
    Rinvio pregiudiziale - Unione doganale - Codice doganale comunitario - Regolamento (CEE) n. 2913/92 - Controllo delle merci - Domanda di revisione della dichiarazione in dogana - Controllo a posteriori

    Causa n.: C-496/19
    Data di assegnazione: 02/09/2020
    La sentenza verte sull'interpretazione dell'articolo 78 del regolamento (CEE) n. 2913/92 del Consiglio del 12 ottobre 1992, che istituisce un codice doganale comunitario. Il procedimento principale è sorto a seguito del rigetto, da parte dell'Ufficio doganale di Salerno, di due domande presentate da Antonio Capaldo S.p.A al fine di ottenere, da un lato, la revisione delle sue dichiarazioni in dogana e, dall'altro, il rimborso delle somme che, a suo avviso, non avrebbe dovuto versare a titolo di dazi doganali e di imposta sul valore aggiunto se fosse stato attribuito il codice tariffario proposto dalla parte ricorrente. Nel corso del 2011, la ricorrente ha importato merci dalla Cina chiedendo che fosse rivisto il regime tariffario delle aliquote in senso più favorevole. Tale richiesta è stata rigettata. La ricorrente quindi ha presentato appello avverso tale decisione dinanzi alla Commissione tributaria regionale della Campania che ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte la questione pregiudiziale con cui si chiede se l'articolo 78 del codice doganale debba essere interpretato nel senso che esso osta a un'eventuale revisione della dichiarazione in dogana qualora la merce sia stata sottoposta, in occasione di una precedente importazione e senza contestazione, a una verifica fisica che abbia confermato la sua classificazione doganale. Nella sua sentenza la Corte afferma che l'articolo 78 del codice doganale non contiene alcuna limitazione né per quanto riguarda la possibilità per l'autorità doganale di reiterare una revisione o un controllo a posteriori (paragrafi 1 e 2), né in relazione all'adozione, da parte di tale autorità, delle misure necessarie per regolarizzare la situazione (paragrafo 3). Per questi motivi, la Corte dichiara che l'articolo 78 del regolamento (CEE) n. 2913/92 deve essere interpretato nel senso che esso non osta all'avvio della procedura di revisione della dichiarazione in dogana da esso prevista, anche qualora la merce di cui trattasi sia stata sottoposta, in occasione di una precedente importazione e senza contestazione, a una verifica fisica che abbia confermato la sua classificazione doganale.
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  • Sentenza della Corte (Sesta Sezione) del 16 luglio 2020
    WWF Italia o.n.l.u.s. e a. contro Presidenza del Consiglio dei Ministri e Azienda Nazionale Autonoma Strade SpA (ANAS)

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta da Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio
    Rinvio pregiudiziale - Ambiente - Direttiva 92/43/UEE - Articolo 6 - Conservazione degli habitat naturali e della flora e della fauna selvatiche - Zone speciali di conservazione - Realizzazione di una tratta stradale - Valutazione dell'incidenza di tale progetto sulla zona speciale di conservazione interessata - Autorizzazione - Motivi imperativi di rilevante interesse pubblico

    Causa n.: C-411/19
    Data di assegnazione: 02/09/2020
    La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull'interpretazione dell'articolo 6 della Direttiva 92/43/CEE, del 21 maggio 1992, relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche. La domanda è stata presentata in merito alla legittimità della delibera del 1 dicembre 2017, con la quale il Consiglio dei Ministri ha adottato il provvedimento di compatibilità ambientale del progetto preliminare di collegamento stradale a nord di Roma (Italia), secondo il «tracciato verde», tra Monte Romano Est (Italia) e Tarquinia Sud (Italia), e della delibera del 28 febbraio 2018, con la quale il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica (CIPE) ha approvato tale progetto preliminare. Il progetto preliminare era stato oggetto di un parere negativo della commissione del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del territorio e del mare preposta alla valutazione ambientale, con la motivazione della mancanza di uno studio approfondito dell'incidenza ambientale e del coinvolgimento di un sito di importanza comunitaria, inserito nella rete di aree protette Natura 2000, la zona ?Fiume Mignone (basso corso)?. Secondo la Corte di Giustizia, la normativa dello Stato membro che consente di superare il parere negativo dell'autorità competente in materia ambientale, in merito alla realizzazione di un'opera infrastrutturale, di rilevante interesse nazionale e che coinvolga un'area naturale protetta, è compatibile con il diritto europeo e in particolare con la citata direttiva 92/43/CEE. In particolare, la sesta sezione della Corte ha dichiarato che: 1) l'articolo 6 della direttiva 92/43/CEE del 21 maggio 1992, relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali della flora e della fauna selvatiche, dev'essere interpretato nel senso che esso non osta a una normativa nazionale che consente la prosecuzione, per imperativi motivi di interesse pubblico, della procedura di autorizzazione di un piano o di un progetto la cui incidenza su una zona speciale di conservazione non possa essere mitigata e sul quale l'autorità pubblica competente abbia già espresso parere negativo, a meno che non esista una soluzione alternativa che comporta minori inconvenienti per l'integrità della zona interessata, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare; 2) qualora un piano o un progetto abbia formato oggetto, in applicazione dell'articolo 6, paragrafo 3, della direttiva 92/43, di una valutazione negativa quanto alla sua incidenza su una zona speciale di conservazione e lo Stato membro interessato abbia comunque deciso, ai sensi del paragrafo 4 di detto articolo, di realizzarlo per motivi imperativi di rilevante interesse pubblico, l'articolo 6 di tale direttiva deve essere interpretato nel senso che esso osta a una normativa nazionale che consente che detto piano o progetto, dopo la sua valutazione negativa ai sensi del paragrafo 3 di detto articolo e prima della sua adozione definitiva in applicazione del paragrafo 4 del medesimo, sia completato con misure di mitigazione della sua incidenza su tale zona e che la valutazione di detta incidenza venga proseguita. L'articolo 6 della direttiva 92/43 non osta invece, nella stessa ipotesi, a una normativa che consente di definire le misure di compensazione nell'ambito della medesima decisione, purchè siano soddisfatte anche le altre condizioni di attuazione dell'articolo 6, paragrafo 4, di tale direttiva; 3) la direttiva 92/43 dev'essere interpretata nel senso che essa non osta a una normativa nazionale che prevede che il soggetto proponente realizzi uno studio sull'incidenza del piano o del progetto di cui trattasi sulla zona speciale di conservazione interessata, sulla base del quale l'autorità competente procede alla valutazione di tale incidenza. Tale direttiva osta invece a una normativa nazionale che consente di demandare al soggetto proponente di recepire, nel piano o nel progetto definitivo, prescrizioni, osservazioni e raccomandazioni di carattere paesaggistico e ambientale dopo che quest'ultimo abbia formato oggetto di una valutazione negativa da parte dell'autorità competente, senza che il piano o il progetto così modificato debba costituire oggetto di una nuova valutazione da parte di tale autorità; 4) La direttiva 92/43 dev'essere interpretata nel senso che essa, pur lasciando agli Stati membri il compito di designare l'autorità competente a valutare l'incidenza di un piano o di un progetto su una zona speciale di conservazione nel rispetto dei criteri enunciati dalla giurisprudenza della Corte, osta invece a che una qualsivoglia autorità prosegua o completi tale valutazione, una volta che quest'ultima sia stata realizzata.
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  • Sentenza della Corte (Prima Sezione) del 16 luglio 2020
    OC e a., Adusbef, Federconsumatori, PB e a., QA e a. contro Banca d'Italia e altri

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Consiglio di Stato

    Rinvio pregiudiziale – Ricevibilità – Articoli 63 e seguenti TFUE – Libera circolazione dei capitali – Articoli 107 e seguenti TFUE – Aiuti di Stato – Articoli 16 e 17 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea – Libertà d'impresa – Diritto di proprietà – Regolamento (UE) n. 575/2013 – Requisiti prudenziali per gli enti creditizi e le imprese di investimento – Articolo 29 – Regolamento (UE) n. 1024/2013 – Articolo 6, paragrafo 4 – Vigilanza prudenziale degli enti creditizi – Compiti specifici attribuiti alla Banca centrale europea (BCE) – Regolamento delegato (UE) n. 241/2014 – Norme tecniche di regolamentazione sui requisiti di fondi propri per gli enti – Normativa nazionale che impone una soglia di attivo alle banche popolari costituite in forma di società cooperative e consente di limitare il diritto al rimborso delle azioni dei soci recedenti

    Causa C-686/18

    Causa n.: C-686/18
    Data di assegnazione: 02/09/2020
    La sentenza della CGUE verte sull'interpretazione dell'articolo 29 del Regolamento (UE) n. 575/2013, relativo ai requisiti prudenziali per gli enti creditizi e le imprese di investimento, nel combinato disposto con l'articolo 10 del Regolamento delegato (UE) n. 241/2014: in particolare, la Corte si pronuncia sulla compatibilità con dette norme europee di una disciplina nazionale, quale quella dettata dall'art. 28 TUB (d. lgs. 385/1993) come attuato dalla Banca d'Italia con il 9º aggiornamento della circolare n. 285/2013, che consente alle banche popolari o alle banche di credito cooperativo di limitare o rinviare, in tutto o in parte e senza limiti di tempo, in considerazione della propria situazione prudenziale, il rimborso delle azioni e degli strumenti di capitale nei casi di recesso, esclusione o morte del socio, al fine di assicurare che gli strumenti di capitale emessi da tali banche siano considerati strumenti di capitale primario di classe 1. Tali strumenti sono infatti parte di quella quota di fondi propri della banca, denominata capitale di classe 1, che le consente di proseguire le sue attività e ne mantiene la solvibilità. La sentenza si esprime inoltre sulla possibilità di qualificare una normativa nazionale che detta restrizioni al diritto al rimborso delle azioni quale una limitazione (ex art. 52 Carta dei diritti fondamentali dell'UE-CDFUE) dei diritti di libera intrapresa e di proprietà, protetti rispettivamente dagli articoli 16 e 17 CDFUE. Infine la pronuncia chiarisce se l'interpretazione degli art. 63 e ss. TFUE, i quali disciplinano la libertà di movimento dei capitali, osti all'introduzione da parte degli Stati membri di una normativa che fissa una soglia di attivo per l'esercizio di attività bancarie da parte di banche popolari stabilite in tale Stato membro e costituite in forma di società cooperative per azioni a responsabilità limitata, al di sopra della quale tali banche sono obbligate a trasformarsi in società per azioni, a ridurre l'attivo al di sotto di detta soglia o a procedere alla loro liquidazione: la Corte risponde, nello specifico, alla domanda pregiudiziale posta dal Consiglio di Stato attorno alla compatibilità con il diritto dell'UE dell'art. 29 del decreto legislativo n. 385/1993 (TUB), il quale dispone che l'attivo della banca popolare non può superare 8 miliardi di euro e impone, in caso di superamento di tale soglia, la trasformazione in spa o la liquidazione della società. Non ricevibile è stata invece ritenuta la questione, posta dal giudice nazionale, circa la compatibilità di detta soglia con la disciplina in materia di aiuti di stato dettata dagli artt. 107 TFUE e ss., per l'impossibilità di individuare un collegamento sufficiente tra tali disposizioni del diritto dell'UE e la normativa nazionale. Il rinvio pregiudiziale ex art. 267 TFUE è stato operato dal Consiglio di Stato, chiamato a pronunciarsi in sede di appello sul fondamento dei ricorsi proposti da alcuni cittadini insieme ad Adusbef e Federconcusmatori avverso il 9º aggiornamento della circolare n. 285/2013 di Banca d'Italia che ha consentito alle banche popolari di limitare o rinviare il rimborso delle azioni, in occasione della trasformazione in spa, deliberata (art. 29, co. 2-ter TUB) in ottemperanza all'art. 1, co. 2 d.l. n. 3/2015 conseguentemente al superamento della soglia di attivo compatibile con la forma societaria di soc. coop. per azioni, fissata dalla legge in 8 miliardi di euro. La Corte ha pertanto evidenziato che risulta dal dato testuale dell'art. 29 del regolamento 575/2013 la facoltà delle banche popolari e di credito cooperativo di rinviare il rimborso degli strumenti di capitale e di limitarne l'importo per un periodo illimitato, vale a dire per tutto il tempo e nella misura in cui ciò sia necessario alla luce della loro situazione prudenziale, considerando in particolare la situazione generale in termini finanziari, di liquidità e di solvibilità nonché l'importo del capitale primario di classe 1 rispetto al capitale complessivo: pertanto l'articolo 29 del regolamento n. 575/2013 e l'articolo 10 del regolamento delegato n. 241/2014 non ostano alla normativa di uno Stato membro che consente a dette banche di rinviare per un periodo illimitato il rimborso delle azioni del socio recedente, laddove ciò sia necessario ad assicurare che gli strumenti di capitale emessi da tali banche siano considerati strumenti di capitale primario di classe 1. Inoltre la Corte ha riconosciuto che una normativa nazionale quale quella introdotta nell'ordinamento italiano, benché costituisca una limitazione del diritto di proprietà (art. 17 CDFUE) e, potenzialmente, del diritto di impresa (art. 16 CDFUE) del socio recedente, deve essere considerata legittima. La giurisprudenza della Corte è infatti costante nell'affermare che la libertà di impresa non costituisce una prerogativa assoluta, essendo soggetta a un ampio ventaglio di interventi dei poteri pubblici atti a stabilire, nell'interesse generale, limiti all'esercizio dell'attività economica, né la tutela del diritto di proprietà può prevalere su restrizioni, proporzionate e necessarie, che perseguono obiettivi di interesse generale. Giacché dunque la normativa in questione risponde effettivamente a finalità di interesse generale riconosciute dall'Unione (ai sensi dell'art. 52 CDFUE), in quanto è volta a perseguire la stabilità del sistema bancario e finanziario prevenendo un rischio sistemico, mediante l'adeguamento tra la forma giuridica e le dimensioni delle banche popolari, nonché il rispetto delle regole prudenziali dell'Unione che disciplinano l'esercizio dell'attività bancaria, la limitazione che apporta alla libertà di impresa e al diritto di proprietà appare pienamente legittima. L'argomento della Corte è tale per cui la prevenzione del rischio sistemico rappresenta un motivo sufficiente di giustificazione per misure nazionali che restringano la libera iniziativa economica e il diritto di proprietà. Dal momento che, infatti, la restrizione del diritto di rimborso da parte della banca popolare è finalizzata ad assicurare la computabilità degli strumenti di capitale da essa emessi come strumenti di capitale primario di classe 1, la Corte ritiene che una simile normativa, lungi dal compromettere il contenuto essenziale dei diritti di proprietà e di iniziativa economica, consente di arginare la circostanza che l'investimento nel capitale primario di una banca sia improvvisamente ritirato e, in tal modo, di evitare di esporre detta banca nonché l'intero settore bancario a un'instabilità prudenziale. In effetti, come ha sottolineato il giudice di Lussemburgo, le banche sono spesso interconnesse e molte di loro esercitano le loro attività a livello internazionale, quindi la grave difficoltà di una o più banche rischia di propagarsi rapidamente alle altre e ciò rischia a sua volta di produrre ricadute negative in altri settori dell'economia Pertanto tale limitazione risulta compatibile con il diritto dell'Unione europea, purché sia conforme al principio di proporzionalità, ovverosia se non eccede quanto necessario, tenuto conto della situazione prudenziale delle banche interessate, con riferimento particolare alla loro liquidità e solvibilità. Analogamente, la CGUE ha stabilito che l'art. 63 TFUE deve essere interpretato nel senso che una misura nazionale, quale quella italiana, che fissa una soglia di attivo per l'esercizio dell'attività bancaria da parte delle banche popolari, sebbene possa limitare l'importanza dell'attività economica esercitata da tali banche e, perciò, dissuadere gli investitori nell'acquisizione di partecipazioni, costituisce una restrizione ai movimenti di capitali tra Stati membri giustificata in ragione del perseguimento di obiettivi di interesse generale, a condizione che la soglia di attivo fissata da tale normativa sia idonea a garantire la realizzazione di tali obiettivi e non ecceda quanto necessario per il loro raggiungimento.
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  • Sentenza della Corte (Settima Sezione) del 23 aprile 2020
    Ryanair Ltd e Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato - Antitrust contro Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato - Antitrust e a.

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta da Consiglio di Stato
    Rinvio pregiudiziale - Trasporti - Servizi aerei - Regolamento (CE) n. 1008/2008 - Articolo 23, paragrafo 1 - Indicazione del prezzo finale da pagare - Oneri di web check-in dei passeggeri - IVA - Tariffa amministrativa per acquisti effettuati con una carta di credito diversa da quella prescelta dal vettore aereo - Elementi inevitabili e prevedibili del prezzo finale da pagare - Supplementi di prezzo opzionali - Nozione

    Causa n.: C-28/19
    Data di assegnazione: 12/05/2020
    La sentenza verte sull'interpretazione del regolamento (CE) n. 1008/2008, recante norme comuni per la prestazione di servizi aerei, con riguardo all'applicazione di supplementi di prezzo e relativa imposizione dell'Iva, e oneri di web check-in. Nel 2011, l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato – Antitrust (Italia) (AGCM) ha contestato a Ryanair di aver pubblicato sul proprio sito Internet dei prezzi del servizio aereo che non indicavano, sin dalla loro prima visualizzazione, i seguenti elementi: 1) l'importo dell'IVA per i voli nazionali, 2) gli oneri di web check-in e 3) le tariffe applicate in caso di pagamento con una carta di credito diversa da quella prescelta da Ryanair. L'AGCM ha ritenuto tali elementi del prezzo inevitabili e prevedibili e che il consumatore ne dovesse essere informato sin dalla prima indicazione del prezzo, ossia ancor prima del processo di prenotazione e ha pertanto irrogato ammende a Ryanair per pratica commerciale sleale. Ryanair ha adito il giudice amministrativo italiano per ottenere l'annullamento della decisione dell'AGCM. Il ricorso è stato respinto in primo grado, quindi Ryanair ha proposto appello dinanzi al Consiglio di Stato italiano. Quest'ultimo ha chiesto alla Corte di giustizia se, alla luce del citato regolamento sulla prestazione dei servizi aerei, gli elementi di prezzo di cui trattasi siano inevitabili e prevedibili e debbano pertanto essere inclusi nella pubblicazione dell'offerta iniziale. Con la sentenza in oggetto la Corte di giustizia dell'UE ha richiamato la propria giurisprudenza, ovvero le sentenze del 6 luglio 2017, causa C-290/16, Air Berlin; del 18 settembre 2014, causa C-487/12, Vueling Airlines; e del 19 luglio 2012, causa C-112/11, ebookers.com Deutschland. Secondo le sentenze ricordate un vettore aereo ha l'obbligo di far figurare nelle sue offerte on line, sin dalla prima indicazione del prezzo (ossia nell'offerta iniziale) la tariffa passeggeri nonché, separatamente, le tasse, i diritti ed i supplementi inevitabili e prevedibili. Per contro, è soltanto all'inizio del processo di prenotazione che esso deve comunicare i supplementi di prezzo opzionali in modo chiaro e trasparente. Per quanto riguarda gli oneri di web check-in, la Corte ritiene che, quando sussiste almeno un'opzione di check-in gratuito (come il check-in effettuato in aeroporto), tali oneri debbano essere qualificati come supplementi di prezzo opzionali e, pertanto, non debbano necessariamente essere indicati nell'offerta iniziale. Ove invece il vettore aereo proponga una o più modalità di check-in a pagamento – esclusa, quindi, qualsiasi modalità di check-in gratuito – gli oneri di web check-in devono essere considerati come elementi di prezzo inevitabili e prevedibili che devono essere visualizzati nell'offerta iniziale. Per quanto concerne l'IVA applicata ai supplementi facoltativi per i voli nazionali, la Corte afferma che si tratta di un supplemento di prezzo opzionale, al contrario dell'IVA applicata alle tariffe dei voli nazionali, la quale deve essere indicata nell'offerta iniziale. Infine, la Corte rileva che la tariffa applicata per il pagamento con carta di credito diversa da quella prescelta dal vettore aereo costituisce un elemento di prezzo inevitabile e prevedibile che deve quindi essere visualizzato nell'offerta iniziale. Se il carattere prevedibile di tale tariffa è riconducibile alla politica del vettore aereo in materia di modalità di pagamento, il suo carattere inevitabile trova piuttosto una spiegazione nel fatto che l'apparente scelta lasciata ai consumatori (utilizzare o meno la carta di credito prescelta dal vettore aereo) dipende in realtà da una condizione imposta dallo stesso vettore, con la conseguenza che la gratuità del servizio di cui trattasi è riservata a beneficio di una cerchia ristretta di consumatori privilegiati, mentre gli altri consumatori devono o rinunciare alla gratuità di tale servizio o rinunciare a una conclusione del loro acquisto nell'immediato ed effettuare operazioni potenzialmente costose per poter soddisfare la condizione richiesta, con il rischio, una volta effettuate dette operazioni, di non poter più beneficiare dell'offerta o di non poterne più beneficiare al prezzo inizialmente indicato.
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  • Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 30 gennaio 2020
    Tim SpA - Direzione e coordinamento Vivendi SA contro Consip SpA e Ministero dell'Economia e delle Finanze

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

    Rinvio pregiudiziale – Aggiudicazione degli appalti pubblici di forniture, di lavori o di servizi – Direttiva 2014/24/UE – Articolo 18, paragrafo 2 – Articolo 57, paragrafo 4 – Motivi di esclusione facoltativi – Motivo di esclusione riguardante un subappaltatore menzionato nell'offerta dell'operatore economico – Violazione, da parte del subappaltatore, degli obblighi in materia di diritto ambientale, sociale e del lavoro – Normativa nazionale che prevede un'esclusione automatica dell'operatore economico per una violazione siffatta

    Causa n.: C-395/18
    Data di assegnazione: 01/04/2020

    La sentenza verte sull'interpretazione della direttiva 2014/24/UE, con particolare riferimento all'applicazione delle disposizioni in materia di motivi di esclusione di un operatore economico dalle procedure di appalto. Vengono in considerazione, inoltre, il Codice italiano dei contratti pubblici (decreto legislativo del 18 aprile 2016, n. 50) e legge del 12 marzo 1999, n. 68 – Norme per il diritto al lavoro dei disabili.

    Il procedimento principale è sorto a seguito dell'esclusione da parte della Consip, in qualità di amministrazione aggiudicatrice, della TIM a una procedura di appalto dopoché la prima ha constatato che uno dei tre subappaltatori dei quali la TIM intendeva avvalersi in caso di aggiudicazione di appalto relativo alla fornitura di un sistema di comunicazione ottica era risultato non in regola con le norme sull'accesso al lavoro dei disabili. Il giudice del rinvio ha chiesto, in sostanza, se la direttiva 2014/24 e il principio di proporzionalità ostino ad una normativa nazionale, in virtù della quale l'amministrazione aggiudicatrice è tenuta ad escludere automaticamente un operatore economico dalla procedura di aggiudicazione di appalto qualora nei confronti di uno dei subappaltatori menzionati nell'offerta di tale operatore venga constatato il motivo di esclusione previsto dall'articolo 57, paragrafo 4, lettera a), di detta direttiva, tra i quali il mancato rispetto (ai sensi dell'articolo 18, paragrafo 2) di obblighi applicabili in materia di diritto ambientale, sociale, e del lavoro stabiliti dal diritto dell'Unione, dal diritto nazionale, dai contratti collettivi e da determinate disposizioni a livello internazionale.

    Secondo la Corte di giustizia dell'UE, anzitutto, l'articolo 57 non ha come obiettivo una uniformità di applicazione dei motivi di esclusione ivi indicati a livello dell'Unione, nella misura in cui gli Stati membri hanno la facoltà di non applicare tali motivi o di integrarli nella normativa nazionale con un grado di rigore che può variare a seconda dei casi, in funzione di considerazioni di ordine giuridico, economico o sociale prevalenti a livello nazionale. Gli Stati membri dispongono dunque di un sicuro margine di discrezionalità nella determinazione delle condizioni di applicazione dei motivi di esclusione facoltativi. Inoltre, la necessità di assicurare in modo adeguato il rispetto degli obblighi previsti dall'articolo 18, paragrafo 2, della direttiva 2014/24 deve permettere agli Stati membri, in sede di determinazione delle condizioni di applicazione del motivo di esclusione previsto dall'articolo 57, paragrafo 4, lettera a), di detta direttiva, di ritenere che l'autore della violazione possa essere non soltanto l'operatore economico che ha presentato l'offerta, ma anche i subappaltatori dei quali quest'ultimo intenda avvalersi; l'amministrazione aggiudicatrice può infatti legittimamente pretendere di attribuire l'appalto soltanto agli operatori economici che, sin dalla fase di procedura di affidamento dell'appalto, dimostrino la propria capacità di assicurare in modo adeguato, nel corso dell'esecuzione dell'appalto, il rispetto degli obblighi suddetti, eventualmente avvalendosi di subappaltatori a loro volta rispettosi degli obblighi in questione. Ne consegue che gli Stati membri possono prevedere, ai fini dell'applicazione dell'articolo 57, paragrafo 4, lettera a), della direttiva 2014/24, che l'amministrazione aggiudicatrice abbia la facoltà, o addirittura l'obbligo, di escludere l'operatore economico che ha presentato l'offerta dalla partecipazione alla procedura di aggiudicazione dell'appalto qualora nei confronti di uno dei subappaltatori menzionati nell'offerta di tale operatore venga constatata una violazione degli obblighi previsti dall'articolo 18 paragrafo 2, di detta direttiva.

    La Corte tuttavia precisa che, nell'applicare i motivi di esclusione facoltativi, le amministrazioni aggiudicatrici devono prestare particolare attenzione al principio di proporzionalità, prendendo segnatamente in considerazione il carattere lieve delle irregolarità commesse o il ripetersi di irregolarità lievi. Tale attenzione deve essere ancor più elevata qualora l'esclusione prevista dalla normativa nazionale colpisca l'operatore economico che ha presentato l'offerta per una violazione commessa non da lui direttamente, bensì da un soggetto estraneo alla sua impresa, per il controllo del quale detto operatore può non disporre di tutta l'autorità richiesta e di tutti i mezzi necessari. La necessità di rispettare il principio di proporzionalità risulta rispecchiata in particolare all'articolo 57, paragrafo 6, primo comma, della direttiva 2014/24, in virtù del quale un operatore economico passibile di esclusione da una procedura di appalto per una violazione constatata nei confronti di un subappaltatore indicato nell'offerta, può fornire le prove al fine di attestare che le misure da esso prese sono sufficienti per dimostrare la sua affidabilità malgrado l'esistenza di detto motivo di esclusione.

    L'articolo 57, paragrafo 6, primo comma, della direttiva 2014/24 precisa che, se tali prove sono ritenute sufficienti, l'operatore economico in questione non deve essere escluso dalla procedura di aggiudicazione dell'appalto. Tale disposizione introduce dunque un meccanismo di misure correttive (self?cleaning) che sottolinea l'importanza attribuita all'affidabilità dell'operatore economico.

    Da tale argomento discende, in sintesi, che una normativa nazionale in discussione nel procedimento principale che preveda in modo generale e astratto l'esclusione automatica dell'operatore economico (che, in altre parole, non consenta all'amministrazione aggiudicatrice di tenere conto, ai fini della valutazione della situazione, di una serie di fattori pertinenti, come i mezzi di cui l'operatore economico che ha presentato l'offerta disponeva per verificare l'esistenza di una violazione in capo ai subappaltatori, o la presenza di un'indicazione, nella sua offerta, della propria capacità di eseguire l'appalto senza avvalersi necessariamente del subappaltatore in questione) viola il principio di proporzionalità, imponendo alle amministrazioni aggiudicatrici di procedere automaticamente a tale esclusione a causa della violazione commessa da un subappaltatore, ed eccedendo così il margine di discrezionalità di cui dispongono gli Stati membri, a norma dell'articolo 57, paragrafo 7, della direttiva 2014/24.

    La Corte statuisce pertanto: l'articolo 57, paragrafo 4, lettera a), della direttiva 2014/24/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 febbraio 2014, sugli appalti pubblici e che abroga la direttiva 2004/18/CE, non osta ad una normativa nazionale, in virtù della quale l'amministrazione aggiudicatrice abbia la facoltà, o addirittura l'obbligo, di escludere l'operatore economico che ha presentato l'offerta dalla partecipazione alla procedura di aggiudicazione dell'appalto qualora nei confronti di uno dei subappaltatori menzionati nell'offerta di detto operatore venga constatato il motivo di esclusione previsto dalla disposizione sopra citata; per contro, tale disposizione, letta in combinato disposto con l'articolo 57, paragrafo 6, della medesima direttiva, nonché il principio di proporzionalità, ostano ad una normativa nazionale che stabilisca il carattere automatico di tale esclusione.

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  • Sentenza della Corte (Grande Sezione) del 3 dicembre 2019
    Iccrea Banca SpA Istituto Centrale del Credito Cooperativo contro Banca d'Italia

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio
    Rinvio pregiudiziale - Direttiva 2014/59/UE - Unione bancaria - Risanamento e risoluzione degli enti creditizi e delle imprese di investimento - Contributi annuali - Calcolo - Regolamento (UE) n. 806/2014 - Regolamento di esecuzione (UE) 2015/81 - Procedura uniforme per la risoluzione degli enti creditizi e delle imprese di investimento - Procedimento amministrativo che vede il coinvolgimento di autorità nazionali e di un organismo dell'Unione - Potere decisionale esclusivo del Comitato di risoluzione unico (SRB) - Procedimento dinanzi ai giudici nazionali - Mancata tempestiva presentazione di un ricorso di annullamento dinanzi al giudice dell'Unione - Regolamento delegato (UE) 2015/63 - Esclusione di alcune passività dal calcolo dei contributi - Interconnessioni tra più banche

    Causa n.: C-414/18
    Data di assegnazione: 29/01/2020
    La Corte di giustizia è chiamata in via pregiudiziale ad interpretare l'articolo 5, paragrafo 1, lettere a) ed f), del regolamento delegato (UE) 2015/63 della Commissione, che integra la direttiva 2014/59/UE (che istituisce un quadro di risanamento e risoluzione delle crisi degli enti creditizi e delle imprese di investimento) per quanto riguarda i contributi ex ante ai meccanismi di finanziamento della risoluzione. Ai sensi dell'articolo 103, paragrafo 2, della direttiva 2014/59/UE i contributi ex ante di ciascun ente (che sono corretti secondo determinati criteri adottati in funzione del profilo di rischio dell'ente) sono calcolati in percentuale dell'ammontare delle sue passività (esclusi i fondi propri) meno i depositi protetti in relazione alle passività aggregate (esclusi i fondi propri) meno i depositi protetti di tutti gli enti autorizzati nel territorio dello Stato membro. Tali contributi, ai sensi dell'articolo 5, paragrafo 1, del regolamento delegato (UE) 2015/63 sono calcolati escludendo, tra l'altro, le passività seguenti: lettera a): passività infragruppo derivanti da operazioni condotte dall'ente con un altro ente appartenente allo stesso gruppo, a condizione che sia soddisfatta ciascuna delle condizioni seguenti: i) ciascun ente è stabilito nell'Unione; ii) ciascun ente è incluso integralmente nella stessa vigilanza su base consolidata a norma degli articoli da 6 a 17 del regolamento (UE) n. 575/2013 ed è sottoposto a adeguate procedure centralizzate di valutazione, misurazione e controllo del rischio; iii) non vi sono e non sono previsti rilevanti impedimenti di fatto o di diritto che ostacolino il tempestivo rimborso della passività alla scadenza; lettera f): in caso di ente che gestisce prestiti agevolati, passività dell'ente intermediario verso l'istituto di credito agevolato d'origine o altro istituto di credito agevolato ovvero verso altro ente intermediario, e passività dell'istituto di credito agevolato verso i suoi finanziatori, nella misura in cui l'importo di tali passività trova corrispondenza nei prestiti agevolati concessi dall'ente. La domanda è stata presentata nell'ambito di una controversia che oppone la Iccrea Banca SpA Istituto Centrale del Credito Cooperativo alla Banca d'Italia, in merito a varie decisioni e note di quest'ultima relative al pagamento di contributi al Fondo nazionale di risoluzione italiano e al Fondo di risoluzione unico (Single Resolution Fund - SRF). Iccrea Banca è una banca che è posta al vertice di una rete di aziende di credito e che ha come obiettivo di dare supporto all'operatività, tra l'altro, delle banche di credito cooperativo in Italia. Ha costituito un gruppo al quale hanno aderito circa 190 banche di credito cooperativo, allo scopo esclusivo di partecipare alle operazioni di rifinanziamento a lungo termine mirate, messe in atto dalla BCE. Con decisioni adottate tra il 2015 e il 2017 la Banca d'Italia ha richiesto a Iccrea Banca il pagamento di contributi ordinari, straordinari e addizionali al Fondo nazionale di risoluzione italiano; inoltre, con nota del 3 maggio 2016 ha richiesto a Iccrea Banca il pagamento di un contributo ex ante al Fondo di risoluzione unico per l'anno 2016 stabilito da una decisione del Comitato di risoluzione unico (Single Resolution Board – SRB) del 15 aprile 2016 e con nota del 27 maggio 2016 ha apportato una correzione all'importo di quest'ultimo contributo, in applicazione di una decisione del SRB del 20 maggio 2016. Avverso le suddette decisioni e note, Iccrea Banca ha proposto ricorso dinanzi al giudice del rinvio; il ricorso mira, altresì, alla determinazione della modalità appropriata di calcolo delle somme effettivamente dovute da Iccrea Banca, nonché al rimborso delle somme che quest'ultima considera come indebitamente pagate. Iccrea Banca sostiene che la Banca d'Italia si è fondata su un'erronea interpretazione dell'articolo 5, paragrafo 1, del regolamento delegato 2015/63. Essa avrebbe infatti preso in considerazione, ai fini del calcolo dei contributi in questione nel procedimento principale, le passività connesse ai rapporti tra Iccrea Banca e talune banche di credito cooperativo, quando invece le stesse avrebbero dovuto essere escluse da tale calcolo in virtù di un'applicazione, in via analogica, delle disposizioni del suddetto regolamento delegato relative alle passività infragruppo o agli enti creditizi che gestiscono prestiti agevolati. Tale erronea interpretazione avrebbe altresì portato la Banca d'Italia a non cogliere la peculiarità del sistema integrato nel quale opererebbe Iccrea Banca ed avrebbe così causato un errore nel calcolo del contributo ex ante al SRF per l'anno 2016. Il TAR Lazio ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte la seguente questione pregiudiziale: - se l'articolo 5, paragrafo 1, in particolare alle lettere a) ed f), del regolamento delegato 2015/63 osti ad un'applicazione del regime previsto delle passività infragruppo anche nel caso di gruppo ?di fatto? o, comunque, nel caso di interconnessioni esistenti tra un ente ed altre banche di un medesimo sistema; - se invece il trattamento di favore riservato alle passività agevolate nel medesimo articolo 5 possa trovare applicazione, per via analogica, anche alle passività di una banca cosiddetta ?di secondo livello? verso le altre banche del sistema (del Credito Cooperativo) o se quest'ultima caratteristica di un ente, concretamente operante come istituto centrale all'interno di una compagine interconnessa ed integrata di piccole banche, anche nei rapporti con la BCE e con il mercato finanziario, debba comunque condurre, in base alla disciplina vigente, a qualche correttivo nella prospettazione dei dati finanziari da parte dell'Autorità nazionale di risoluzione agli organismi [dell'Unione] e nella determinazione dei contributi dovuti dall'ente al Fondo di risoluzione in forza delle sue effettive passività e del suo concreto profilo [di] rischio. Sulla ricevibilità della domanda di pronuncia pregiudiziale, la Corte sostiene che non spetta al giudice del rinvio valutare, nella causa di cui al procedimento principale, la compatibilità di decisioni della Banca d'Italia con le norme disciplinanti il calcolo dei contributi ex ante al SRF, dato che detto giudice non può, in virtù del diritto dell'Unione, né pronunciarsi sugli atti della Banca d'Italia che preparano tale calcolo, né impedire la riscossione, a carico di Iccrea Banca, di un contributo corrispondente all'importo determinato mediante atti del SRB la cui invalidità non è stata accertata, con conseguente irricevibilità della questione sollevata per gli aspetti che si riferiscono specificamente al calcolo dei contributi ex ante al SRF, mentre la questione è ritenuta ricevibile là dove si riferisce al calcolo dei contributi ordinari, straordinari e addizionali al Fondo nazionale di risoluzione italiano. Per la parte ricevibile la Corte risponde alla questione sottolineando in particolare che: ? le relazioni tra enti creditizi come quelle evocate dal giudice del rinvio, intercorrenti tra una banca di secondo livello e i suoi partner e consistenti nella fornitura di servizi di vario tipo da parte di tale banca di secondo livello, non possono essere considerate idonee a dimostrare l'esistenza di un gruppo in seno al quale possano esistere delle «passività infragruppo», ai sensi dell'articolo 5, paragrafo 1, lettera a), del regolamento delegato 2015/63. ? il semplice fatto che delle banche cooperative facciano parte di una compagine, quale quella di cui al procedimento principale, non è idoneo a dimostrare che la banca di secondo livello appartenente a tale gruppo possa essere considerata come un ente creditizio che gestisce prestiti agevolati, il che è sufficiente per escludere che una parte delle sue passività possa soddisfare i requisiti enunciati all'articolo 5, paragrafo 1, lettera f), del regolamento delegato 2015/63; ? sebbene il giudice del rinvio prospetti che l'articolo 5, paragrafo 1, lettere a) ed f), del suddetto regolamento delegato debba essere interpretato nel senso che può essere applicato a situazioni che sono assimilabili a quelle prese in considerazione da tale articolo, quand'anche dette situazioni non soddisfino la totalità delle condizioni enunciate nelle disposizioni sopra citate, occorre constatare che un'interpretazione siffatta è incompatibile con il testo di tali disposizioni. Per gli argomenti sopra descritti, la Corte ha risolto la questione pregiudiziale stabilendo che l'articolo 103, paragrafo 2, della direttiva 2014/59 e l'articolo 5, paragrafo 1, lettere a) ed f), del regolamento delegato 2015/63 devono essere interpretati nel senso che le passività risultanti da operazioni concluse tra una banca di secondo livello e i membri di una compagine, che detta banca forma insieme a banche cooperative cui fornisce servizi di vario tipo senza avere il controllo delle stesse, e non comprendenti prestiti concessi su base non concorrenziale e senza scopo di lucro non sono escluse dal calcolo dei contributi ad un fondo nazionale di risoluzione contemplati dal citato articolo 103, paragrafo 2.
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  • Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 26 settembre 2019
    Vitali SpA contro Autostrade per l'Italia SpA

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia
    Rinvio pregiudiziale - Articoli 49 e 56 TFUE - Aggiudicazione degli appalti pubblici - Direttiva 2014/24/UE - Articolo 71 - Subappalto - Normativa nazionale che limita la possibilità di subappaltare nella misura del 30% dell'importo complessivo del contratto

    Causa n.: C-63/18
    Data di assegnazione: 30/12/2019
    La Corte ha dichiarato che la direttiva 2014/24/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 febbraio 2014, sugli appalti pubblici e che abroga la direttiva 2004/18/CE, come modificata dal regolamento delegato (UE) 2015/2170 della Commissione, del 24 novembre 2015, deve essere interpretata nel senso che osta a una normativa nazionale, come quella di cui trattasi nel procedimento principale, che limita al 30 per cento la parte dell'appalto che l'offerente è autorizzato a subappaltare a terzi.
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  • Sentenza della Corte (Seconda Sezione) dell' 8 maggio 2019
    Antonio Pasquale Mastromartino contro Commissione Nazionale per le Società e la Borsa (Consob)

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio
    Rinvio pregiudiziale - Mercati degli strumenti finanziari - Direttiva 2004/39/UE - Articoli 8, 23, 50 e 51 - Ambito di applicazione - Consulente finanziario abilitato all'offerta fuori sede - Agente avente la qualità di imputato in un procedimento penale - Normativa nazionale che prevede la possibilità di vietare temporaneamente l'esercizio dell'attività - Libertà fondamentali - Situazione puramente interna - Inapplicabilità

    Causa n.: C-53/18
    Data di assegnazione: 11/06/2019
    La Corte ha dichiarato che gli articoli 8, 23, 50 e 51 della direttiva 2004/39/CE, relativa ai mercati degli strumenti finanziari, e gli articoli 49 e 56 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), nonché i princìpi di non discriminazione e di proporzionalità, devono essere interpretati nel senso che, in una situazione quale quella in esame nel procedimento principale, un divieto temporaneo di esercizio dell'attività di consulente finanziario abilitato all'offerta fuori sede non rientra né nell'ambito di applicazione di detta direttiva, né in quello degli articoli 49 e 56 del TFUE, e neppure in quello dei princìpi di non discriminazione e di proporzionalità, e che pertanto le predette norme e i predetti princìpi non ostano a un divieto siffatto
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  • Sentenza della Corte (Sesta Sezione) dell' 8 maggio 2019
    Associazione 'Verdi Ambiente e Società - Aps Onlus' (VAS) e 'Movimento Legge Rifiuti Zero per l'Economia Circolare' Aps contro Presidente del Consiglio dei Ministri e altri

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta da Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio
    Rinvio pregiudiziale - Ambiente - Direttiva 2008/98/UE - Recupero o smaltimento dei rifiuti - Istituzione di un sistema integrato di gestione dei rifiuti che garantisca l'autosufficienza nazionale - Realizzazione di impianti di incenerimento o incremento della capacità degli impianti esistenti - Qualifica degli impianti di incenerimento come 'infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale' - Rispetto del principio della 'gerarchia dei rifiuti' - Direttiva 2001/42/UE - Necessità di procedere ad una "valutazione ambientale"
    Causa C-305/18

    Data di assegnazione: 11/06/2019
    La Corte ha dichiarato che il principio della «gerarchia dei rifiuti», di cui all'articolo 4 della direttiva 2008/98/CE, relativa ai rifiuti, alla luce dell'articolo 13 di tale direttiva, non osta a una normativa nazionale che qualifica gli impianti di incenerimento dei rifiuti come «infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale», purché tale normativa sia compatibile con le altre disposizioni della direttiva che prevedono obblighi più specifici, e che gli articoli 2, lettera a), e 3, paragrafi 1 e paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2001/42/CE, concernente la valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull'ambiente, devono essere interpretati nel senso che una normativa nazionale, costituita da una normativa di base e da una normativa di esecuzione, che determina in aumento la capacità degli impianti di incenerimento dei rifiuti esistenti e che prevede la realizzazione di nuovi impianti di tale natura, rientra nella nozione di «piani e programmi», ai sensi di tale direttiva, qualora possa avere effetti significativi sull'ambiente e deve, di conseguenza, essere soggetta ad una valutazione ambientale preventiva
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  • Sentenza della Corte (Prima Sezione) dell'8 maggio 2019
    Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca - MIUR contro Fabio Rossato e Conservatorio di Musica F.A. Bonporti

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Corte di Appello di Trento
    Rinvio pregiudiziale - Politica sociale - Lavoro a tempo determinato - Contratti conclusi con un datore di lavoro rientrante nel settore pubblico - Misure dirette a sanzionare il ricorso abusivo a contratti di lavoro a tempo determinato - Trasformazione del rapporto di lavoro in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato - Limitazione dell'effetto retroattivo della trasformazione - Assenza di risarcimento pecuniario

    Causa n.: C-494/17
    Data di assegnazione: 11/06/2019
    La Corte ha dichiarato che la clausola 5, punto 1, dell'accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, concluso il 18 marzo 1999, allegato alla direttiva 1999/70/CE, non osta a una normativa nazionale che, così come applicata dagli organi giurisdizionali supremi, esclude - per docenti del settore pubblico che hanno beneficiato della trasformazione del loro rapporto di lavoro a tempo determinato in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato con un effetto retroattivo limitato - qualsiasi diritto al risarcimento pecuniario in ragione dell'utilizzo abusivo di una successione di contratti a tempo determinato, allorché una siffatta trasformazione non è né incerta, né imprevedibile, né aleatoria e la limitazione del riconoscimento dell'anzianità maturata in forza della suddetta successione di contratti di lavoro a tempo determinato costituisce una misura proporzionata per sanzionare tale abuso
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  • Sentenza della Corte (Prima Sezione) dell' 8 maggio 2019
    EN.SA. Srl contro Agenzia delle Entrate - Direzione Regionale Lombardia Ufficio Contenzioso

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Commissione Tributaria Regionale per la Lombardia
    Rinvio pregiudiziale - Imposta sul valore aggiunto (IVA) - Operazioni fittizie - Impossibilità di detrarre l'imposta - Obbligo, per l'emittente di una fattura, di assolvere l'IVA in essa indicata - Sanzione di importo pari a quello dell'IVA indebitamente detratta - Compatibilità con i principi di neutralità dell'IVA e di proporzionalità

    Causa n.: C-712/17
    Data di assegnazione: 11/06/2019
    La Corte ha dichiarato che, in una situazione in cui vendite fittizie di energia elettrica effettuate in modo circolare tra gli stessi operatori e per gli stessi importi non hanno causato perdite di gettito fiscale, la direttiva 2006/112/CE, relativa al sistema comune d'imposta sul valore aggiunto, letta alla luce dei princìpi di neutralità e di proporzionalità, non osta a una normativa nazionale che esclude la detrazione dell'imposta sul valore aggiunto (IVA) relativa a operazioni fittizie, imponendo al contempo ai soggetti che indicano l'IVA in una fattura di assolvere tale imposta, anche per un'operazione inesistente, purché il diritto nazionale consenta di rettificare il debito d'imposta risultante da tale obbligo qualora l'emittente della fattura, che non era in buona fede, abbia, in tempo utile, eliminato completamente il rischio di perdite di gettito fiscale, mentre i princìpi di proporzionalità e di neutralità dell'IVA, in una situazione come quella di cui al procedimento principale, ostano a una norma di diritto nazionale in forza della quale la detrazione illegale dell'IVA è punita con una sanzione pari all'importo della detrazione effettuata
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  • Sentenza della Corte (Nona Sezione) del 2 maggio 2019
    Lavorgna Srl contro Comune di Montelanico e a.

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio
    Rinvio pregiudiziale - Aggiudicazione degli appalti pubblici - Direttiva 2014/24/UE - Costi della manodopera - Esclusione automatica dell'offerente che non ha indicato separatamente nell'offerta detti costi - Principio di proporzionalità

    Causa n.: C-309/18
    Data di assegnazione: 11/06/2019
    La Corte ha dichiarato che i princìpi della certezza del diritto, della parità di trattamento e di trasparenza, quali contemplati nella direttiva 2014/24/UE, sugli appalti pubblici, non ostano a una normativa nazionale secondo la quale la mancata indicazione separata dei costi della manodopera, in un'offerta economica presentata nell'ambito di una procedura di aggiudicazione di un appalto pubblico, comporta l'esclusione della medesima offerta senza possibilità di soccorso istruttorio, anche nell'ipotesi in cui l'obbligo di indicare i suddetti costi separatamente non fosse specificato nella documentazione della gara d'appalto, sempreché tale condizione e tale possibilità di esclusione siano chiaramente previste dalla normativa nazionale relativa alle procedure di appalti pubblici espressamente richiamata in detta documentazione. Tuttavia, se le disposizioni della gara d'appalto non consentono agli offerenti di indicare i costi in questione nelle loro offerte economiche, i princìpi di trasparenza e di proporzionalità non ostano alla possibilità di consentire agli offerenti di sanare la loro situazione e di ottemperare agli obblighi previsti dalla normativa nazionale in materia entro un termine stabilito dall'amministrazione aggiudicatrice
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  • Sentenza della Corte (Grande Sezione) del 30 aprile 2019
    Repubblica italiana contro Consiglio dell'Unione europea

    Ricorso di annullamento - Politica comune della pesca - Conservazione delle risorse - Convenzione internazionale per la conservazione dei tonnidi dell'Atlantico - Totale ammissibile di cattura (TAC) per il pesce spada del Mediterraneo - Regolamento (UE) 2017/1398 - Fissazione delle possibilità di pesca per l'anno 2017 - Competenza esclusiva dell'Unione - Determinazione del periodo di riferimento - Affidabilità dei dati di base - Portata del controllo giurisdizionale - Articolo 17 TUE - Gestione degli interessi dell'Unione in seno ad organi internazionali - Principio di stabilità relativa - Presupposti d'applicazione - Principi di irretroattività, di certezza del diritto, di legittimo affidamento e di non discriminazione

    Causa n.: C-611/17
    Data di assegnazione: 15/05/2019
    La Corte ha respinto il ricorso dell'Italia volto a ottenere l'annullamento del regolamento (UE) 2017/1398 del Consiglio che modifica il regolamento (UE) 2017/127 per quanto riguarda determinate possibilità di pesca
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  • Sentenza della Corte (Decima Sezione) del 21 marzo 2019
    Tecnoservice Int. Srl, en faillite contro Poste Italiane SpA

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta da Tribunale ordinario di Udine
    Rinvio pregiudiziale - Servizi di pagamento nel mercato interno - Direttiva 2007/64/UE - Articolo 74, paragrafo 2 - Ordine di pagamento mediante bonifico - Identificativo unico inesatto fornito dal pagatore - Esecuzione dell'operazione di pagamento sulla base dell'identificativo unico - Responsabilità del prestatore di servizi di pagamento del beneficiario

    Causa n.: C-245/18
    Data di assegnazione: 16/04/2019
    La Corte ha dichiarato che l'articolo 74, paragrafo 2, della direttiva 2007/64/CE, relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno, deve essere interpretato nel senso che, ove un ordine di pagamento sia eseguito in conformità all'identificativo unico fornito dall'utente di servizi di pagamento, che non corrisponde al nome del beneficiario specificato dall'utente stesso, la limitazione della responsabilità del prestatore di servizi di pagamento, prevista dalla disposizione in oggetto, si applica sia al prestatore di servizi di pagamento del pagatore, sia al prestatore di servizi di pagamento del beneficiario.
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  • Sentenza della Corte (Decima Sezione) del 21 marzo 2019
    Causa n.: C-386/17
    Data di assegnazione: 12/02/2019
    La Corte ha dichiarato che le norme sulla litispendenza nei procedimenti civili e commerciali e nei procedimenti in materia matrimoniale e di responsabilità genitoriale, di cui agli articoli 27 del regolamento (CE) n. 44/2001 e 19 del regolamento (CE) n. 2201/2003, nel caso in cui, nell'ambito di una controversia in materia matrimoniale, di responsabilità genitoriale o di obbligazioni alimentari, l'autorità giurisdizionale successivamente adita abbia adottato, in violazione di tali norme, una decisione poi divenuta definitiva, ostano a che le autorità giurisdizionali dello Stato membro cui appartiene l'autorità giurisdizionale preventivamente adita neghino, per questo solo motivo, il riconoscimento di tale decisione, e che la loro violazione non può, di per sé, giustificare il mancato riconoscimento della decisione per sua contrarietà manifesta all'ordine pubblico di tale Stato membro.
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  • Sentenza della Corte (Decima Sezione) del 19 dicembre 2018
    Francesca Cadeddu contro Agenzia delle Entrate - Direzione provinciale di Cagliari e a.

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Commissione Tributaria Provinciale di Cagliari
    Rinvio pregiudiziale - Regolamento (CE) n. 1083/2006 - Articolo 2, punto 4 - Nozione di «beneficiario» - Articolo 80 - Divieto di applicare una detrazione o trattenuta sugli importi versati - Altro onere specifico o con effetto equivalente - Nozione - Borsa di studio cofinanziata dal Fondo sociale europeo - Assimilazione ai redditi di lavoro dipendente - Ritenuta a titolo di acconto dell'imposta sui redditi, maggiorata dell'addizionale regionale e dell'addizionale comunale

    Causa n.: C-667/17
    Data di assegnazione: 22/01/2019
    La Corte ha dichiarato che l'articolo 80 del regolamento (CE) n. 1083/2006, recante disposizioni generali sul Fondo europeo di sviluppo regionale, sul Fondo sociale europeo e sul Fondo di coesione e che abroga il regolamento (CE) n. 1260/1999, in combinato disposto con l'articolo 2, punto 4, di tale regolamento, non osta a una normativa tributaria nazionale che assoggetta all'imposta sul reddito delle persone fisiche gli importi concessi a queste ultime, a titolo di borsa di studio, dall'organismo pubblico incaricato dell'attuazione del progetto selezionato dall'autorità di gestione del programma operativo di cui trattasi, ai sensi dell'articolo 2, punto 3, del suddetto regolamento, e finanziato con Fondi strutturali europei.
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  • Sentenza della Corte (Ottava Sezione) del 19 dicembre 2018
    Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato - Antitrust e Coopservice Soc. coop. arl contro Azienda Socio-Sanitaria Territoriale della Vallecamonica - Sebino (ASST) e a.

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Consiglio di Stato
    Rinvio pregiudiziale - Direttiva 2004/18/UE - Articolo 1, paragrafo 5 - Articolo 32, paragrafo 2 - Appalti pubblici di lavori, forniture e servizi - Accordi quadro - Clausola di estensione dell'accordo quadro ad altre amministrazioni aggiudicatrici - Principi di trasparenza e di parità di trattamento degli operatori economici - Assenza di determinazione del volume degli appalti pubblici successivi o determinazione mediante riferimento all'ordinario fabbisogno delle amministrazioni aggiudicatrici non firmatarie dell'accordo quadro - Divieto
    Causa C-216/17

    Data di assegnazione: 22/01/2019
    La Corte ha dichiarato che, in base all'articolo 1, paragrafo 5, e all'articolo 32, paragrafo 2, quarto comma, della direttiva 2004/18/CE, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi, un'amministrazione aggiudicatrice può agire per se stessa e per altre amministrazioni aggiudicatrici, chiaramente individuate, che non siano direttamente parti di un accordo quadro, purché i requisiti di pubblicità e di certezza del diritto e, pertanto, di trasparenza siano rispettati. Ha, altresì, escluso la possibilità che le amministrazioni aggiudicatrici che non siano firmatarie di tale accordo quadro non determinino la quantità delle prestazioni che potranno essere richieste all'atto della conclusione da parte loro degli accordi che gli danno esecuzione o che la determinino mediante riferimento al loro ordinario fabbisogno, pena violare i princìpi di trasparenza e di parità di trattamento degli operatori economici interessati alla conclusione di tale accordo quadro.
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  • Sentenza della Corte (Grande Sezione) del 19 dicembre 2018
    Silvio Berlusconi e Finanziaria d'investimento Fininvest SpA (Fininvest) contro Banca d'Italia e Istituto per la Vigilanza Sulle Assicurazioni (IVASS)

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Consiglio di Stato
    Rinvio pregiudiziale - Ravvicinamento delle legislazioni - Vigilanza prudenziale degli enti creditizi - Acquisizione di una partecipazione qualificata in un ente creditizio - Procedura disciplinata dalla direttiva 2013/36/UE nonché dai regolamenti (UE) nn. 1024/2013 e 468/2014 - Procedimento amministrativo composto - Potere decisionale esclusivo della Banca centrale europea (BCE) - Ricorso avverso atti preparatori emanati dall'autorità nazionale competente - Asserita violazione del giudicato formatosi su una decisione nazionale

    Causa n.: C-219/17
    Data di assegnazione: 22/01/2019
    La Corte ha dichiarato che l'articolo 263 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea osta a che gli organi giurisdizionali nazionali esercitino un controllo di legittimità sugli atti di avvio, preparatori o di proposta non vincolante adottati dalle autorità nazionali competenti nell'ambito della procedura prevista agli articoli 22 e 23 della direttiva 2013/36/UE, sull'accesso all'attività degli enti creditizi e sulla vigilanza prudenziale sugli enti creditizi e sulle imprese di investimento, all'articolo 4, paragrafo 1, lettera c), e all'articolo 15 del regolamento (UE) n. 1024/2013, che attribuisce alla Banca centrale europea compiti specifici in merito alle politiche in materia di vigilanza prudenziale degli enti creditizi, nonché agli articoli da 85 a 87 del regolamento (UE) n. 468/2014 della Banca centrale europea, che istituisce il quadro di cooperazione nell'ambito del Meccanismo di vigilanza unico tra la Banca centrale europea e le autorità nazionali competenti e con le autorità nazionali designate (regolamento quadro sull'MVU); è al riguardo irrilevante la circostanza che un giudice nazionale sia stato investito di un'azione specifica di nullità per asserita violazione del giudicato formatosi su una decisione giudiziaria nazionale.
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  • Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 6 dicembre 2018
    Ministero della Salute contro Hannes Preindl

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta da Consiglio di Stato
    Rinvio pregiudiziale - Riconoscimento delle qualifiche professionali - Direttiva 2005/36/UE - Riconoscimento di titoli di formazione conseguiti al termine di periodi di formazione in parte sovrapponibili - Poteri di verifica dello Stato membro ospitante

    Causa n.: C-675/17
    Data di assegnazione: 22/01/2019
    La Corte ha dichiarato che, nell'ambito della direttiva 2005/36/CE, relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali, gli articoli 21, 22 e 24, concernenti i titoli di formazione di medico, di infermiere, di dentista, di veterinario, di farmacista e di architetto, impongono ad uno Stato membro, la cui normativa prevede l'obbligo di formazione a tempo pieno e il divieto della contemporanea iscrizione a due formazioni, di riconoscere in modo automatico i titoli di formazione previsti da tale direttiva e rilasciati in un altro Stato membro al termine di formazioni in parte concomitanti. Ha, altresì, dichiarato che l'articolo 21 e l'articolo 22, lettera a), della direttiva 2005/36/CE ostano a che lo Stato membro ospitante verifichi il rispetto della condizione che la durata complessiva, il livello e la qualità delle formazioni a tempo parziale non siano inferiori a quelli delle formazioni continue a tempo pieno.
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  • Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 28 novembre 2018
    Amt Azienda Trasporti e Mobilità SpA e a. contro Atpl Liguria - Agenzia regionale per il trasporto pubblico locale SpA e Regione Liguria

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale Amministrativo Regionale della Liguria
    Rinvio pregiudiziale - Appalti pubblici - Procedure di ricorso - Direttiva 89/665/UEE - Articolo 1, paragrafo 3 - Direttiva 92/13/UEE - Articolo 1, paragrafo 3 - Diritto di proporre ricorso subordinato alla condizione di aver presentato un'offerta nell'ambito della procedura di aggiudicazione dell'appalto

    Causa n.: C-328/17
    Data di assegnazione: 13/12/2018
    La Corte ha dichiarato che l'articolo 1, paragrafo 3, della direttiva 89/665/CEE, in materia di aggiudicazione degli appalti pubblici di forniture e di lavori, e l'articolo 1, paragrafo 3, della direttiva 92/13/CEE in materia di procedure di appalto degli enti erogatori di acqua e di energia e degli enti che forniscono servizi di trasporto nonché degli enti che operano nel settore delle telecomunicazioni, non ostano a una disposizione nazionale che non consente agli operatori economici di proporre un ricorso contro le decisioni dell'amministrazione aggiudicatrice relative a una procedura d'appalto alla quale essi hanno deciso di non partecipare poiché la normativa applicabile a tale procedura rendeva molto improbabile che fosse loro aggiudicato l'appalto in questione
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  • Sentenza della Corte (Prima Sezione) del 28 novembre 2018
    Solvay Chimica Italia SpA e a. contro Autorità per l'energia elettrica, il gas e il sistema idrico

    Domande di pronuncia pregiudiziale proposte dal Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia
    Rinvio pregiudiziale - Mercato interno dell'energia elettrica - Direttiva 2009/72/UE - Sistemi di distribuzione - Articolo 28 - Sistemi di distribuzione chiusi - Nozione - Esenzioni - Limiti - Articolo 32, paragrafo 1 - Accesso di terzi - Articolo 15, paragrafo 7, e articolo 37, paragrafo 6, lettera b) - Oneri di dispacciamento
    Cause riunite C-262/17, C-263/17 e C-273/17

    Causa n.: C-262/17
    Data di assegnazione: 13/12/2018
    La Corte, dopo aver chiarito che, in base alla direttiva 2009/72/CE, relativa a norme comuni per il mercato interno dell'energia elettrica, sistemi costituiti a fini di autoconsumo prima della sua entrata in vigore, gestiti da un soggetto privato e connessi con la rete pubblica, costituiscono sistemi di distribuzione rientranti nell'ambito di applicazione della direttiva stessa, e che sistemi classificati da uno Stato membro come sistemi di distribuzione chiusi possono beneficiare solo delle esenzioni non previste dalla suddetta direttiva, ha dichiarato: 1) che l'articolo 32, paragrafo 1, della direttiva osta a una normativa nazionale che prevede che i sistemi di distribuzione chiusi, ai sensi dell'articolo 28, paragrafo 1, non sono soggetti all'obbligo di accesso dei terzi, ma devono unicamente consentire l'accesso ai terzi rientranti nella categoria degli utenti connettibili a tali sistemi, i quali utenti hanno un diritto di accesso alla rete pubblica; 2) che l'articolo 15, paragrafo 7, e l'articolo 37, paragrafo 6, lettera b), della direttiva ostano, in assenza di una giustificazione obiettiva, a una normativa nazionale che prevede che gli oneri di dispacciamento dovuti dagli utenti di un sistema di distribuzione chiuso siano calcolati sull'energia elettrica scambiata con tale sistema da ciascuno degli utenti dello stesso attraverso il punto di connessione della loro utenza a detto sistema, qualora sia accertato che tali utenti non si trovano nella stessa situazione degli altri utenti della rete pubblica.
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  • Sentenza della Corte (Quarta Sezione) del 21 novembre 2018
    Fortunata Silvia Fontana contro Agenzia delle Entrate - Direzione provinciale di Reggio Calabria

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Commissione Tributaria Provinciale di Reggio Calabria
    Rinvio pregiudiziale - Imposta sul valore aggiunto (IVA) - Direttiva 2006/112/UE - Articolo 273 - Accertamento tributario - Metodo di accertamento della base imponibile in via induttiva - Detraibilità dell'IVA - Presunzione - Principi di neutralità e di proporzionalità - Normativa nazionale che fonda la determinazione dell'IVA sul volume d'affari presunto

    Causa n.: C-648/16
    Data di assegnazione: 13/12/2018
    La Corte ha dichiarato che la direttiva 2006/112/CE, relativa al sistema comune d'imposta sul valore aggiunto (IVA), nonché i princìpi di neutralità fiscale e di proporzionalità non ostano a una normativa nazionale che consente all'Amministrazione finanziaria, a fronte di gravi divergenze tra i redditi dichiarati e i redditi stimati sulla base di studi di settore, di ricorrere a un metodo induttivo, basato sugli studi di settore stessi, al fine di accertare il volume d'affari realizzato dal contribuente e procedere, di conseguenza, a rettifica fiscale con imposizione di una maggiorazione dell'IVA, a condizione che tale normativa e la sua applicazione permettano al contribuente, nel rispetto dei princìpi di neutralità fiscale e di proporzionalità nonché del diritto di difesa, di contestare, sulla base di tutte le prove contrarie di cui disponga, le risultanze derivanti da tale metodo e di esercitare il proprio diritto alla detrazione dell'imposta.
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  • Sentenza della Corte (Prima Sezione) del 21 novembre 2018
    Novartis Farma SpA contro Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) e a.

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Consiglio di Stato
    Rinvio pregiudiziale - Medicinali per uso umano - Direttiva 2001/83/UE - Articolo 3, punto 1 - Articolo 6 - Direttiva 89/105/UEE - Regolamento (CE)n. 726/2004 - Articoli 3, 25 e 26 - Riconfezionamento di un medicinale ai fini del suo impiego per un trattamento non coperto dall'autorizzazione all'immissione in commercio ("off-label") - Erogazione a carico del regime nazionale di assicurazione malattia

    Causa n.: C-29/17
    Data di assegnazione: 13/12/2018
    La Corte, dopo aver chiarito che l'articolo 3, punto 1, della direttiva 2001/83/CE, recante un codice comunitario relativo ai medicinali per uso umano, deve essere interpretato nel senso che l'Avastin, dopo essere stato riconfezionato alle condizioni stabilite dalle misure nazionali in causa nel procedimento principale, rientra nell'ambito di applicazione della direttiva stessa, ha dichiarato: 1) che l'articolo 6 della direttiva 2001/83 non osta a misure nazionali che stabiliscono le condizioni alle quali medicinali come l'Avastin possono essere riconfezionati ai fini dell'impiego per indicazioni terapeutiche non coperte dall'autorizzazione all'immissione in commercio (impiego «off-label»); 2) che gli articoli 3, 25 e 26 del regolamento (CE) n. 726/2004, che istituisce procedure comunitarie per l'autorizzazione e la sorveglianza dei medicinali per uso umano e veterinario, e che istituisce l'Agenzia europea per i medicinali, devono essere interpretati nel senso che essi non ostano ad una misura nazionale che - come l'articolo 1, comma 4-bis, del decreto-legge 21 ottobre 1996, n. 536, convertito dalla legge del 23 dicembre 1996, n. 648 - autorizza l'AIFA a monitorare medicinali come l'Avastin, il cui impiego «off-label» è posto a carico finanziario del Servizio sanitario nazionale e, se del caso, ad adottare provvedimenti necessari alla salvaguardia della sicurezza dei pazienti.
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  • Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 14 novembre 2018
    Memoria Srl e Antonia Dall'Antonia contro Comune di Padova

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale Amministrativo Regionale per il Veneto
    Rinvio pregiudiziale - Restrizioni alla libertà di stabilimento - Competenza della Corte - Ricevibilità della domanda di pronuncia pregiudiziale - Situazione puramente interna - Normativa nazionale che vieta ogni attività lucrativa in relazione alla conservazione delle urne cinerarie - Esame della proporzionalità - Coerenza della normativa nazionale

    Causa n.: C-342/17
    Data di assegnazione: 13/12/2018
    La Corte ha dichiarato incompatibile con l'articolo 49 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, in materia di libertà di stabilimento, la normativa nazionale che vieta, anche contro l'espressa volontà del defunto, all'affidatario di un'urna cineraria di demandarne a terzi la conservazione, che lo obbliga a conservarla presso la propria abitazione, salvo affidarla ad un cimitero comunale, e che proibisce ogni attività esercitata con finalità lucrative avente ad oggetto, anche non esclusivo, la conservazione di urne cinerarie a qualsiasi titolo e per qualsiasi durata temporale.
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  • Sentenza della Corte (Grande Sezione) del 6 novembre 2018
    Data di assegnazione: 13/12/2018
    La Corte ha, tra l'altro, annullato la decisione 2013/284/UE della Commissione, relativa all'aiuto di Stato SA 20829, concernente il regime di esenzione dall'imposta comunale sugli immobili per gli immobili utilizzati da enti non commerciali per fini specifici, nella parte in cui la Commissione europea non ha ordinato all'Italia il recupero degli aiuti illegali concessi sulla base dell'esenzione dall'imposta comunale sugli immobili
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  • Sentenza della Corte (Decima Sezione) del 25 ottobre 2018
    Martina Sciotto contro Fondazione Teatro dell'Opera di Roma

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Corte d'appello di Roma
    Rinvio pregiudiziale - Politica sociale - Direttiva 1999/70/UE - Accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato - Clausola 5 - Misure volte a prevenire l'utilizzo abusivo di una successione di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato - Normativa nazionale che esclude l'applicazione di tali misure nel settore di attività delle fondazioni lirico-sinfoniche

    Causa n.: C-331/17
    Data di assegnazione: 26/11/2018
    La Corte ha dichiarato incompatibile con la clausola 5 dell'accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, allegato alla direttiva 1999/70/CE, la normativa nazionale in forza della quale le norme che disciplinano i rapporti di lavoro, e intese a sanzionare il ricorso abusivo a una successione di contratti a tempo determinato tramite la conversione automatica del contratto a tempo determinato in un contratto a tempo indeterminato se il rapporto di lavoro perdura oltre una data precisa, non sono applicabili al settore di attività delle fondazioni lirico-sinfoniche, qualora non esista nessun'altra misura effettiva nell'ordinamento giuridico interno che sanzioni gli abusi constatati in tale settore.
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  • Sentenza della Corte (Prima Sezione) del 18 ottobre 2018
    Rotho Blaas Srl contro Agenzia delle Dogane e dei Monopoli

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Commissione tributaria di primo grado di Bolzano
    Rinvio pregiudiziale - Politica commerciale comune - Dazio antidumping definitivo su alcuni prodotti originari della Repubblica popolare cinese - Dazio antidumping giudicato incompatibile con l'Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio dall'organo di conciliazione dell'Organizzazione mondiale del commercio (OMC)

    Causa n.: C-207/17
    Data di assegnazione: 26/11/2018
    La Corte ha dichiarato la validità dei regolamenti (CE) n. 91/2009, (UE) n. 924/2012 e (UE) 2015/519, che istituiscono dazi antidumping definitivi su alcuni prodotti originari della Repubblica popolare cinese.
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  • Sentenza della Corte (Ottava Sezione) del 18 ottobre 2018
    IBA Molecular Italy Srl contro Azienda ULSS n. 3 e a.

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Consiglio di Stato
    Rinvio pregiudiziale - Appalti pubblici di forniture - Direttiva 2004/18/UE - Articolo 1, paragrafo 2, lettera a) - Affidamento senza previo esperimento di una procedura di aggiudicazione di appalto pubblico - Nozione di "contratti a titolo oneroso" - Nozione di "entità pubblica"

    Causa n.: C-606/17
    Data di assegnazione: 26/11/2018
    La Corte ha dichiarato che, ai sensi della direttiva 2004/18/CE, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi, rientra nella nozione di "contratto a titolo oneroso" la decisione mediante la quale un'amministrazione aggiudicatrice attribuisce a un operatore economico direttamente, e dunque senza previo esperimento di una procedura di aggiudicazione di appalto pubblico, un finanziamento interamente finalizzato alla fabbricazione di prodotti destinati ad essere forniti gratuitamente da tale operatore a diverse amministrazioni, esentate dal pagamento di qualsiasi corrispettivo a favore dell'operatore stesso, e che è incompatibile con la medesima direttiva 2004/18/CE la normativa nazionale che, equiparando gli ospedali privati "classificati" a quelli pubblici, li sottrae alla disciplina nazionale e a quella dell'Unione in materia di appalti pubblici, anche nei casi in cui tali soggetti siano incaricati di fabbricare e fornire gratuitamente alle strutture sanitarie pubbliche specifici prodotti necessari per lo svolgimento dell'attività sanitaria, quale corrispettivo per la percezione di un finanziamento pubblico funzionale alla realizzazione e alla fornitura di tali prodotti.
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  • Sentenza della Corte (seconda sezione) del 18 ottobre 2018
    Legatoria editoriale Giovanni Olivotto (L.E.G.O.) Spa contro  Gestore dei servizi energetici (GSE) Spa e altri

    Rinvio pregiudiziale – Ambiente – Promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili – Bioliquidi utilizzati per un impianto termoelettrico – Direttiva 2009/28/CE – Articolo 17 – Criteri di sostenibilità per i bioliquidi – Articolo 18 – Sistemi nazionali di certificazione della sostenibilità – Decisione di esecuzione 2011/438/UE – Sistemi volontari di certificazione della sostenibilità dei biocarburanti e dei bioliquidi approvati dalla Commissione europea – Normativa nazionale che prevede l'obbligo per gli operatori intermedi di presentare i certificati di sostenibilità – Articolo 34 TFUE – Libera circolazione delle merci

    Causa n.: C-242/17
    Data di assegnazione: 26/11/2018
    La Corte ha dichiarato compatibile con la direttiva 2009/28/CE, sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili, la normativa nazionale che impone agli operatori economici, per la certificazione della sostenibilità dei bioliquidi, oneri specifici, diversi e più ampi rispetto a quelli previsti da un sistema volontario di certificazione della sostenibilità, quale il sistema International Sustainability and Carbon Certification (ISCC), nella misura in cui tale sistema è stato approvato soltanto per i biocarburanti e gli oneri suddetti riguardano soltanto i bioliquidi, e che impone un sistema nazionale di verifica della sostenibilità dei bioliquidi, secondo cui tutti gli operatori economici che intervengono nella catena di consegna del prodotto considerato, anche quando si tratti di intermediari che non conseguono alcuna disponibilità fisica delle partite di bioliquidi, sono tenuti a rispettare taluni obblighi di certificazione, di comunicazione e di informazione scaturenti da detto sistema.
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  • Sentenza della Corte (Sesta Sezione) del 20 settembre 2018
    Chiara Motter contro Provincia autonoma di Trento

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale di Trento
    Rinvio pregiudiziale - Politica sociale - Direttiva 1999/70/UE - Accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato - Clausola 4 - Settore pubblico - Docenti di scuola secondaria - Assunzione come dipendenti pubblici di ruolo di lavoratori con contratto a tempo determinato per mezzo di una procedura di selezione per titoli - Determinazione dell'anzianità di servizio - Computo parziale dei periodi di servizio prestati nell'ambito di contratti di lavoro a tempo determinato

    Causa n.: C-466/17
    Data di assegnazione: 26/11/2018
    La Corte ha dichiarato compatibile con la clausola 4 dell'accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, allegato alla direttiva 1999/70/CE, la normativa nazionale che, ai fini dell'inquadramento di un lavoratore in una categoria retributiva al momento della sua assunzione in base ai titoli come dipendente pubblico di ruolo, tiene conto dei periodi di servizio prestati nell'ambito di contratti di lavoro a tempo determinato in misura integrale fino al quarto anno e poi, oltre tale limite, parzialmente, a concorrenza dei due terzi.
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  • Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 13 settembre 2018
    Enzo Buccioni contro Banca d'Italia

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Consiglio di Stato
    Rinvio pregiudiziale - Ravvicinamento delle legislazioni - Direttiva 2013/36/UE - Articolo 53, paragrafo 1 - Obbligo del segreto professionale incombente alle autorità nazionali di vigilanza prudenziale sugli enti creditizi - Ente creditizio di cui è stata ordinata la liquidazione coatta - Divulgazione di informazioni riservate nell'ambito di procedimenti civili o commerciali

    Causa n.: C-594/16
    Data di assegnazione: 26/11/2018
    La Corte ha dichiarato che l'articolo 53, paragrafo 1, della direttiva 2013/36/UE, sull'accesso all'attività degli enti creditizi e sulla vigilanza prudenziale sugli enti creditizi e sulle imprese di investimento, non osta a che le autorità competenti degli Stati membri divulghino informazioni riservate a una persona che ne faccia richiesta per poter avviare un procedimento civile o commerciale volto alla tutela di interessi patrimoniali che sarebbero stati lesi a seguito della messa in liquidazione coatta amministrativa di un ente creditizio, purché la domanda di divulgazione riguardi informazioni in merito alle quali il richiedente fornisca indizi precisi e concordanti che lascino plausibilmente supporre che esse risultino pertinenti ai fini di un procedimento civile o commerciale, il cui oggetto dev'essere concretamente individuato dal richiedente e al di fuori del quale le informazioni non possono essere utilizzate.
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  • Ordinanza della Corte (Prima Sezione) del 6 settembre 2018
    Gabriele Di Girolamo contro Ministero della Giustizia

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Giudice di pace di L'Aquila
    Rinvio pregiudiziale - Articolo 53, paragrafo 2, del regolamento di procedura della Corte - Politica sociale - Lavoro a tempo determinato - Giudici di pace - Irricevibilità manifesta

    Causa n.: C-472/17
    Data di assegnazione: 26/11/2018
    La Corte ha dichiarato manifestamente irricevibile una domanda di pronuncia pregiudiziale volta ad accertare se l'attività di servizio del giudice di pace rientri nella nozione di "lavoratore a tempo determinato" di cui, in combinato disposto, agli articoli 1, paragrafo 3, e 7 della direttiva 2003/88, concernente taluni aspetti dell'organizzazione dell'orario di lavoro, alla clausola 2 dell'accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, allegato alla direttiva 1999/70/CE del Consiglio, e all'articolo 31, paragrafo 2, della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europe.
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  • Sentenza della Corte (Decima Sezione) del 25 luglio 2018
    Agenzia delle Dogane e dei Monopoli contro Pilato SpA

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta da Commissione Tributaria Regionale del Lazio
    Rinvio pregiudiziale - Tariffa doganale comune - Nomenclatura combinata - Classificazione doganale - Voci 8703, 8704 e 8705 - Autofunebri

    Causa n.: C-445/17
    Data di assegnazione: 26/11/2018
    La Corte ha dichiarato che, nell'ambito della nomenclatura combinata contenuta nell'allegato I al regolamento (CEE) n. 2658/87, relativo alla nomenclatura tariffaria e statistica ed alla tariffa doganale comune, le auto funebri devono essere classificate alla voce 8703 di tale nomenclatura, relativa agli autoveicoli costruiti principalmente per il trasporto di persone.
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  • Sentenza della Corte (Quarta Sezione) del 12 luglio 2018
    VAR Srl e Azienda Trasporti Milanesi SpA (ATM) contro Iveco Orecchia SpA

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Consiglio di Stato
    Rinvio pregiudiziale - Appalti pubblici - Direttiva 2004/17/UE - Articolo 34 - Fornitura di ricambi per vetture autofiloviarie - Specifiche tecniche - Prodotti equivalenti - Possibilità di fornire la prova dell'equivalenza dopo l'aggiudicazione dell'appalto

    Causa n.: C-14/17
    Data di assegnazione: 26/11/2018
    La Corte ha dichiarato che, in base all'articolo 34, paragrafo 8, della direttiva 2004/17/CE, che coordina le procedure di appalto degli enti erogatori di acqua e di energia, degli enti che forniscono servizi di trasporto e servizi postali, quando le specifiche tecniche che figurano nei documenti dell'appalto fanno riferimento a un marchio, a un'origine o a una produzione specifica, l'ente aggiudicatore deve esigere che l'offerente fornisca, già nella sua offerta, la prova dell'equivalenza dei prodotti che propone rispetto a quelli definiti nelle citate specifiche tecniche.
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  • Sentenza della Corte (Nona Sezione) dell'11 luglio 2018
    COBRA SpA contro Ministero dello Sviluppo Economico

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Consiglio di Stato
    Rinvio pregiudiziale - Direttiva 1999/5/UE - Reciproco riconoscimento della conformità delle apparecchiature radio e delle apparecchiature terminali di telecomunicazione - Esistenza di norme armonizzate - Necessità per il fabbricante di rivolgersi a un organismo notificato - Apposizione del numero di identificazione di un organismo notificato

    Causa n.: C-192/17
    Data di assegnazione: 26/03/2019
    La Corte ha dichiarato che il fabbricante di un'apparecchiatura radio, quando applica la procedura di cui all'allegato III, secondo comma, della direttiva 1999/5/CE, riguardante le apparecchiature radio e le apparecchiature terminali di telecomunicazione e il reciproco riconoscimento della loro conformità, e si basa su norme armonizzate per definire le serie di prove indicate a tale comma, non è tenuto a rivolgersi a un organismo notificato di cui all'articolo 11, paragrafo 1, della medesima direttiva e, pertanto, non è tenuto ad aggiungere alla marcatura CE il numero di identificazione di tale organismo, né è tenuto ad aggiungere alla medesima marcatura il numero di identificazione di un organismo certificato che egli abbia interpellato di sua volontà, pur non essendovi obbligato.
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  • Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 21 giugno 2018
    Petronas Lubricants Italy SpA contro Livio Guida

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Corte d'appello di Torino
    Rinvio pregiudiziale - Cooperazione giudiziaria in materia civile - Regolamento (CE) n. 44/2001 - Competenza in materia di contratti individuali di lavoro - Articolo 20, paragrafo 2 - Datore di lavoro convenuto dinanzi ai giudici dello Stato membro in cui è domiciliato - Domanda riconvenzionale del datore di lavoro - Determinazione del foro competente

    Causa n.: C-1/17
    Data di assegnazione: 26/11/2018
    La Corte ha dichiarato che, in base all'articolo 20, paragrafo 2, del regolamento (CE) n. 44/2001, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l'esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, il datore di lavoro ha il diritto di presentare, dinanzi al giudice regolarmente investito della domanda principale presentata da un lavoratore, una domanda riconvenzionale fondata su un contratto di cessione di credito, concluso tra il datore di lavoro e il titolare originario del credito, in data successiva alla proposizione di tale domanda principale.
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  • Sentenza della Corte (Prima Sezione) del 31 maggio 2018
    Commissione europea contro Repubblica italiana

    Inadempimento di uno Stato - Raccolta e trattamento delle acque reflue urbane - Direttiva 91/271/UEE - Articoli 3, 4 e 10 - Sentenza della Corte che constata un inadempimento - Mancata esecuzione - Articolo 260, paragrafo 2, TFUE - Sanzioni pecuniarie - Penalità e somma forfettaria

    Causa n.: C-251/17
    Data di assegnazione: 26/11/2018

    La Corte, dichiarandola inadempiente agli obblighi derivanti dall'articolo 260, paragrafo 1, del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), ha condannato l'Italia per non aver adottato tutte le misure necessarie per l'esecuzione della sentenza del 19 luglio 2012, causa C-565/10, in materia di trattamento delle acque reflue urbane, al pagamento alla Commissione europea di una somma forfettaria di 25 milioni di euro, nonché di una penalità di 30.112.500 euro per ciascun semestre di ritardo nell'attuazione delle misure necessarie per ottemperare alla sentenza.

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  • Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 31 maggio 2018
    Confederazione Generale Italiana dei Trasporti e della Logistica (Confetra) e a. contro Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e Ministero dello Sviluppo Economico

    Domande di pronuncia pregiudiziale proposte dal Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio
    Rinvio pregiudiziale - Servizi postali nell'Unione europea - Direttiva 97/67/UE - Articoli 2, 7 e 9 - Direttiva 2008/6/UE - Nozione di "fornitore di un servizio postale" - Imprese di autotrasporti, di spedizione e di corriere espresso che forniscono servizi di raccolta, smistamento, trasporto e distribuzione degli invii postali - Autorizzazione richiesta ai fini della fornitura al pubblico di servizi postali - Contribuzione ai costi del servizio universale
    Cause riunite C-259/16 e C-260/16

    Causa n.: C-259/16
    Data di assegnazione: 26/11/2018
    La Corte ha dichiarato compatibile con la direttiva 97/67/CE, concernente regole comuni per lo sviluppo del mercato interno dei servizi postali comunitari, la normativa nazionale secondo cui le imprese di autotrasporto, di spedizione o di corriere espresso che forniscono servizi di raccolta, smistamento, trasporto e distribuzione degli invii postali costituiscono, salvo nel caso in cui la loro attività sia limitata al trasporto degli invii postali, fornitori di servizi postali, normativa che impone a tutte le imprese in questione di disporre di un'autorizzazione generale per la fornitura di servizi postali e ai titolari dell'autorizzazione di contribuire a un fondo di compensazione degli oneri del servizio universale allorché detti servizi possono, nell'ottica di un utente, essere compresi nell'ambito del servizio universale a ragione di un sufficiente livello di intercambiabilità.
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  • Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 30 maggio 2018
    Bruno Dell'Acqua contro Eurocom Srl e Regione Lombardia

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale di Novara
    Rinvio pregiudiziale - Privilegi e immunità dell'Unione europea - Protocollo n. 7 - Articolo 1 - Necessità o meno di un'autorizzazione preventiva della Corte - Fondi strutturali - Contributo finanziario dell'Unione europea - Procedimento di pignoramento presso un'autorità nazionale di somme provenienti da detto contributo

    Causa n.: C-370/16
    Data di assegnazione: 26/11/2018
    La Corte ha dichiarato che, in base all'articolo 1, ultimo periodo, del protocollo (n. 7) sui privilegi e sulle immunità dell'Unione europea, non è necessaria la preventiva autorizzazione della Corte stessa qualora un terzo avvii un procedimento di pignoramento di un credito presso un organismo di uno Stato membro che abbia a sua volta un debito corrispondente nei confronti del debitore del terzo, beneficiario di fondi concessi per l'esecuzione di progetti cofinanziati dal Fondo sociale europeo.
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  • Sentenza della Corte (Grande Sezione) del 2 maggio 2018
    Procedimento penale contro Mauro Scialdone

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale di Varese
    Rinvio pregiudiziale - Imposta sul valore aggiunto (IVA) - Tutela degli interessi finanziari dell'Unione - Articolo 4, paragrafo 3, TUE - Articolo 325, paragrafo 1, TFUE - Direttiva 2006/112/UE - Convenzione TIF - Sanzioni - Principi di equivalenza e di effettività - Omesso versamento, entro i termini prescritti dalla legge, dell'IVA risultante dalla dichiarazione annuale - Normativa nazionale che prevede una pena privativa della libertà unicamente qualora l'importo IVA non versato superi una determinata soglia di rilevanza penale - Normativa nazionale che prevede una soglia di rilevanza penale inferiore per l'omesso versamento delle ritenute alla fonte relative all'imposta sui redditi

    Causa n.: C-574/15
    Data di assegnazione: 26/11/2018
    La Corte ha dichiarato compatibile con la direttiva 2006/112/CE, relativa al sistema comune d'imposta sul valore aggiunto (IVA), la normativa nazionale secondo la quale l'omesso versamento, entro i termini prescritti dalla legge, dell'IVA risultante dalla dichiarazione annuale per un determinato esercizio integra un reato punito con una pena privativa della libertà unicamente qualora l'importo non versato superi una soglia di rilevanza penale pari a 250.000 euro, mentre è invece prevista una soglia di rilevanza penale pari a 150.000 euro per il reato di omesso versamento delle ritenute alla fonte relative all'imposta sui redditi.
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  • Sentenza della Corte (Nona Sezione) del 19 aprile 2018
    Consorzio Italian Management e Catania Multiservizi SpA contro Rete Ferroviaria Italiana SpA

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Consiglio di Stato
    Rinvio pregiudiziale - Procedure di appalto degli enti erogatori di acqua e di energia, degli enti che forniscono servizi di trasporto e servizi postali - Direttiva 2004/17/UE - Obbligo di revisione del prezzo dopo l'aggiudicazione dell'appalto - Mancanza di un siffatto obbligo nella direttiva 2004/17/UE o derivante dai principi generali sottesi all'articolo 56 TFUE e alla direttiva 2004/17/UE - Servizi di pulizia e di mantenimento del decoro collegati all'attività di trasporto ferroviario - Articolo 3, paragrafo 3, TUE - Articoli 26, 57, 58 e 101 TFUE - Mancanza di precisazioni sufficienti sul contesto di fatto della controversia nel procedimento principale nonché sulle ragioni che giustificano la necessità di una risposta alle questioni pregiudiziali - Irricevibilità - Articolo 16 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea - Disposizioni del diritto nazionale che non attuano il diritto dell'Unione - Incompetenza

    Causa n.: C-152/17
    Data di assegnazione: 26/11/2018
    La Corte ha dichiarato che la direttiva 2004/17/CE, che coordina le procedure di appalto degli enti erogatori di acqua e di energia, degli enti che forniscono servizi di trasporto e servizi postali, e i princìpi generali ad essa sottesi devono essere interpretati nel senso che essi non ostano a norme di diritto nazionale che non prevedono la revisione periodica dei prezzi dopo l'aggiudicazione di appalti rientranti nei settori considerati da tale direttiva
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  • Sentenza della Corte (Nona Sezione) del 19 aprile 2018
    Oftalma Hospital Srl contro Commissione Istituti Ospitalieri Valdesi (CIOV) e Regione Piemonte

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Corte suprema di cassazione
    Rinvio pregiudiziale - Appalti pubblici di servizi - Servizi sanitari e sociali - Attribuzione al di fuori delle regole di aggiudicazione degli appalti pubblici - Necessità di rispettare i principi di trasparenza e di parità di trattamento - Nozione di "interesse transfrontaliero certo" - Direttiva 92/50/UEE - Articolo 27

    Causa n.: C-65/17
    Data di assegnazione: 26/11/2018
    La Corte ha dichiarato che un'amministrazione aggiudicatrice, qualora attribuisca un appalto pubblico di servizi che ricade sotto l'articolo 9 della direttiva 92/50/CEE, che coordina le procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di servizi, è tenuta a conformarsi anche alle norme fondamentali e ai principi generali del TFUE, e in particolare ai princìpi di parità di trattamento e di non discriminazione in base alla nazionalità, nonché all'obbligo di trasparenza che ne deriva, a condizione che, alla data della sua attribuzione, tale appalto presenti un carattere transfrontaliero certo, e che l'articolo 27, paragrafo 3, della direttiva 92/50/CEE deve essere interpretato nel senso che esso non si applica agli appalti pubblici di servizi rientranti nell'allegato I B di tale direttiva
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