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Sentenze della Corte di Giustizia dell'UE

VIII COMMISSIONE (AMBIENTE, TERRITORIO E LAVORI PUBBLICI)

  • Causa n.: C-210/20
    Data di assegnazione: 06/07/2021

    La sentenza verte sull'interpretazione della direttiva 2014/24/UE del 26 febbraio 2014, in materia di appalti pubblici, alla luce del principio generale di proporzionalità. La domanda di pronuncia pregiudiziale è stata proposta dal Consiglio di Stato alla CGUE nell'ambito di una controversia tra, da un lato, la Rad Service Srl Unipersonale, la Cosmo Ambiente Srl e la Cosmo Scavi Srl, riunite in seno al raggruppamento temporaneo di imprese (RTI) Rad Service (in prosieguo: l'«RTI Rad Service») e, dall'altro, la Del Debbio SpA, il Gruppo Sei Srl, la Ciclat Val di Cecina Soc. Coop. (in prosieguo: l'«RTI Del Debbio») nonché il raggruppamento temporaneo di imprese costituito dalla DAF Costruzioni Stradali Srl, la GARC SpA e l'Edil Moter Srl (in prosieguo: l'«RTI Daf»), in merito alla decisione dell'Azienda Unità Sanitaria Locale Toscana Centro (Italia) di escludere l'RTI Del Debbio da una procedura di aggiudicazione di un appalto pubblico di lavori.

    L'esclusione dell'RTI Del Debbio è stata motivata dalla presentazione di una dichiarazione dell'impresa ausiliaria che non menzionava un patteggiamento, vale a dire una sentenza di applicazione della pena su richiesta congiunta delle parti, pronunciata nei confronti del titolare e rappresentante legale dell'impresa il 14 giugno 2013 e passata in giudicato l'11 settembre 2013. Il giudice del Lussemburgo ricorda che, in diritto italiano, il patteggiamento sarebbe espressamente equiparato, in circostanze come quelle di cui al procedimento principale, ad una sentenza di condanna relativa al reato di lesioni colpose, commesso in violazione delle norme in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. L'amministrazione aggiudicatrice ha pertanto ritenuto che l'impresa ausiliaria avesse fornito una dichiarazione falsa e non veritiera alla domanda contenuta nel DGUE, diretta a stabilire se essa si fosse resa responsabile di gravi illeciti professionali, di cui all'articolo 80, comma 5, lettera c), del Codice dei contratti pubblici. Di conseguenza, l'amministrazione aggiudicatrice ha ritenuto che l'RTI Del Debbio dovesse essere automaticamente escluso dalla procedura, ai sensi dell'articolo 80, comma 5, lettera f-bis), e dell'articolo 89, comma 1, del medesimo Codice. Dopo che il Tribunale amministrativo regionale per la Toscana (Italia) ha annullato, tramite due sentenze, l'esclusione dell'RTI Del Debbio e dell'RTI Daf, l'RTI RAD Service ha impugnato tali sentenze dinanzi al giudice del rinvio, ossia il Consiglio di Stato (Italia).

    In tale contesto, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l'articolo 63 della direttiva 2014/24, in combinato disposto con l'articolo 57, paragrafo 4, lettera h), e paragrafo 6, di tale direttiva e alla luce del principio di proporzionalità, debba essere interpretato nel senso che esso osta a una normativa nazionale in forza della quale l'amministrazione aggiudicatrice deve automaticamente escludere un offerente da una procedura di aggiudicazione di un appalto pubblico qualora un'impresa ausiliaria, sulla cui capacità esso intende fare affidamento, abbia reso una dichiarazione non veritiera quanto all'esistenza di condanne penali passate in giudicato, senza poter imporre o, quantomeno, senza poter permettere, in siffatta ipotesi, a tale offerente di sostituire detto soggetto, contrariamente a quanto previsto nelle altre ipotesi in cui i soggetti sulle cui capacità si affida l'offerente non soddisfano un criterio pertinente di selezione o nei confronti dei quali sussistono motivi di esclusione obbligatori.

    Secondo la Corte, anzitutto, ai sensi dell'articolo 63, paragrafo 1, secondo comma, terza frase, della direttiva 2014/24, l'amministrazione aggiudicatrice può imporre o essere obbligata dallo Stato membro cui appartiene a imporre che l'operatore economico interessato sostituisca il soggetto sulla cui capacità esso intende fare affidamento, ma nei confronti del quale sussistono motivi di esclusione non obbligatori. Dalla formulazione di quest'ultima frase emerge quindi che, sebbene gli Stati membri possano prevedere che, in un'ipotesi del genere, l'amministrazione aggiudicatrice sia tenuta ad imporre una siffatta sostituzione a tale operatore economico, essi non possono, per contro, privare detta amministrazione aggiudicatrice della facoltà di esigere, di propria iniziativa, una siffatta sostituzione. Gli Stati membri dispongono infatti solo della possibilità di sostituire tale facoltà con un obbligo, per l'amministrazione aggiudicatrice, di procedere a una siffatta sostituzione. La Corte ritiene che una tale interpretazione contribuisce a garantire il rispetto del principio di proporzionalità da parte delle amministrazioni aggiudicatrici, in forza del quale le norme stabilite dagli Stati membri o dalle amministrazioni aggiudicatrici nell'ambito dell'attuazione delle disposizioni di detta direttiva non devono andare oltre quanto è necessario per raggiungere gli obiettivi previsti da quest'ultima.

    La Corte aggiunge che conformemente all'articolo 57, paragrafo 6, quarto comma, della direttiva 2014/24, un operatore economico escluso con sentenza definitiva dalla partecipazione alle procedure di aggiudicazione di appalti o di attribuzione di concessioni non è certamente autorizzato, nel corso del periodo di esclusione fissato da tale sentenza negli Stati membri in cui la sentenza produce i suoi effetti, ad avvalersi delle misure correttive da esso adottate a seguito di tale sentenza e, di conseguenza, a evitare l'esclusione se tali prove sono giudicate sufficienti; tuttavia, quando una sentenza definitiva esclude dalla partecipazione a procedure di aggiudicazione di appalti o di attribuzione di concessioni un soggetto sulle cui capacità l'offerente intende fare affidamento, l'offerente deve poter, in tal caso, essere autorizzato dall'amministrazione aggiudicatrice a procedere alla sostituzione di tale soggetto.

    Infine la Corte rammenta il considerando 101 della direttiva citata, ai sensi del quale, nell'applicare motivi di esclusione facoltativi, le amministrazioni aggiudicatrici devono prestare particolare attenzione al principio di proporzionalità; tale attenzione deve essere ancora più elevata qualora l'esclusione prevista dalla normativa nazionale colpisca l'offerente non per una violazione ad esso imputabile, bensì per una violazione commessa da un soggetto sulle cui capacità egli intende fare affidamento e nei confronti del quale non dispone di alcun potere di controllo.

    La Corte precisa che, nel caso di specie, se il giudice del rinvio confermasse l'affermazione dell'RTI Del Debbio secondo cui la condanna penale del dirigente dell'impresa ausiliaria sulle cui capacità esso aveva inteso fare affidamento non figurava nell'estratto del casellario giudiziale consultabile dai soggetti privati, cosicché la normativa italiana non consentiva all'RTI Del Debbio di venire a conoscenza di tale condanna, non gli si potrebbe addebitare una mancanza di diligenza; di conseguenza, in tali circostanze, sarebbe contrario al principio di proporzionalità, enunciato all'articolo 18, paragrafo 1, della direttiva 2014/24, impedire la sostituzione del soggetto interessato da una causa di esclusione.

    In definitiva la Corte ha risposto alla questione sollevata dichiarando che l'articolo 63 della direttiva 2014/24, in combinato disposto con l'articolo 57, paragrafo 4, lettera h), di tale direttiva e alla luce del principio di proporzionalità, deve essere interpretato nel senso che esso osta a una normativa nazionale in forza della quale l'amministrazione aggiudicatrice deve automaticamente escludere un offerente da una procedura di aggiudicazione di un appalto pubblico qualora un'impresa ausiliaria, sulle cui capacità esso intende fare affidamento, abbia reso una dichiarazione non veritiera quanto all'esistenza di condanne penali passate in giudicato, senza poter imporre o quantomeno permettere, in siffatta ipotesi, a tale offerente di sostituire detto soggetto.

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  • Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 29 aprile 2021 Granarolo SpA contro Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e a
    Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 29 aprile 2021 Granarolo SpA contro Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e a. Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio Rinvio pregiudiziale – Ambiente – Direttiva 2003/87/CE – Sistema per lo scambio di quote di emissioni dei gas a effetto serra – Articolo 3, lettera e) – Nozione di "impianto" – Articolo 3, lettera f) – Nozione di "gestore" – Allegato I, punti 2 e 3 – Regola dell'aggregazione – Somma delle capacità delle attività di un impianto – Cessione di un'unità di cogenerazione di energia elettrica e calore da parte del proprietario di uno stabilimento industriale – Contratto di fornitura di energia tra le imprese cedente e cessionaria – Aggiornamento dell'autorizzazione ad emettere gas a effetto serra

    Causa n.: C-617/19
    Data di assegnazione: 12/05/2021

    La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull'interpretazione dell'articolo 3, lettera e), e dell'allegato I della direttiva 2003/87/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 ottobre 2003, che istituisce un sistema per lo scambio di quote di emissioni dei gas a effetto serra nell'UE e che modifica la direttiva 96/61/CE del Consiglio (GU 2003, L 275, pag. 32), come modificata dalla direttiva 2009/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 aprile 2009 (GU 2009, L 140, pag. 63) (in prosieguo: la «direttiva 2003/87»).

    Il ricorso è stato proposto nell'ambito di una controversia tra la Granarolo SpA e il Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (Italia), il Ministero dello Sviluppo economico (Italia) e il Comitato nazionale per la gestione della direttiva 2003/87/CE e per il supporto nella gestione delle attività di progetto del Protocollo di Kyoto (Italia) ("Comitato ETS"), a seguito del rigetto di una domanda di aggiornamento dell'autorizzazione ad emettere gas a effetto serra detenuta dalla Granarolo per uno dei suoi impianti rientrante nel sistema dell'Unione europea per lo scambio di quote di emissioni dei gas a effetto serra ("ETS"). La società Granarolo possiede a Pasturago di Vernate (Italia) uno stabilimento produttivo dotato tra l'altro di una centrale termica per la produzione del calore necessario ai suoi processi di trasformazione. A titolo di tale centrale termica, la Granarolo deteneva, conformemente a quanto prescritto dall'articolo 4 della direttiva 2003/87, un'autorizzazione ad emettere gas a effetto serra derivanti dalla combustione di carburanti in impianti di potenza termica nominale totale superiore a 20 MW. In virtù del diritto nazionale, era soggetta, per tale impianto, al regime dei «piccoli emettitori» ai fini del monitoraggio e del controllo delle emissioni di CO2. Nel 2013, la Granarolo costruiva, nei suoi stabilimenti, un'unità di cogenerazione di energia elettrica e calore, per la produzione di alimenti, di potenza termica nominale totale inferiore a 20 MW ottenendo dal Comitato ETS l'aggiornamento della propria autorizzazione ad emettere gas a effetto serra, ai sensi dell'articolo 7 della predetta direttiva. Nel 2017, la Granarolo cedeva la propria unità di cogenerazione alla E.ON Connecting Energies Italia Srl, società specializzata nel settore energetico (E.ON), concludendo con quest'ultima un contratto di fornitura di energia elettrica e calore. A seguito di tale cessione, la Granarolo chiedeva al Comitato ETS un aggiornamento della sua autorizzazione ad emettere gas a effetto serra, ritenendo che le emissioni relative all'unità di cogenerazione, non più sotto la sua gestione, dovessero essere scorporate dall'ammontare delle sue emissioni di CO2. Con decisione del 6 giugno 2018, il Comitato ETS respingeva la sua domanda, pertanto la Granarolo proponeva dinanzi al giudice del rinvio un ricorso in annullamento di tale rigetto asserendo che il Comitato ETS non avrebbe tenuto conto nell'adozione della decisione di rigetto delle prescrizioni della direttiva 2003/87 e asserendo altresì che lo stabilimento produttivo e l'unità di cogenerazione non possono essere considerati, solo perché connessi ai fini della fornitura di energia, come un unico impianto essendo strutturalmente e funzionalmente autonomi. La E.ON è intervenuta a sostegno della Granarolo nell'ambito del relativo procedimento. La Corte conclude dichiarando che l'articolo 3, lettere e) e f), della direttiva 2003/87, in combinato disposto con i punti 2 e 3 dell'allegato I di quest'ultima, deve essere interpretato nel senso che esso non osta a che il proprietario di uno stabilimento produttivo dotato di una centrale termica la cui attività rientra nell'ambito di applicazione di tale allegato I possa ottenere un aggiornamento della sua autorizzazione ad emettere gas a effetto serra, ai sensi dell'articolo 7 di tale direttiva, se ha ceduto un'unità di cogenerazione situata nello stesso sito industriale di tale stabilimento ed esercente un'attività con una capacità inferiore alla soglia stabilita in detto allegato I ad un'impresa specializzata nel settore dell'energia, concludendo con tale impresa un contratto che prevede, in particolare, la fornitura a detto stabilimento dell'energia prodotta da tale unità di cogenerazione, sempre che la centrale termica e l'unità di cogenerazione non costituiscano un solo ed unico impianto, ai sensi dell'articolo 3, lettera e), di detta direttiva, e che, in ogni caso, il proprietario dello stabilimento produttivo non sia più il gestore dell'unità di cogenerazione, ai sensi dell'articolo 3, lettera f), della medesima direttiva.

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  • Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 15 aprile 2021
    Federazione nazionale delle imprese elettrotecniche ed elettroniche (Anie) e a. contro Ministero dello Sviluppo Economico e Gestore dei servizi energetici (GSE) SpA

    Domande di pronuncia pregiudiziale proposte dal Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

    Rinvio pregiudiziale – Ambiente – Articoli 16 e 17 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea – Principi della certezza del diritto e della tutela del legittimo affidamento – Trattato sulla Carta dell'energia – Articolo 10 – Applicabilità – Direttiva 2009/28/CE – Articolo 3, paragrafo 3, lettera a) – Promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili – Produzione di energia elettrica da impianti solari fotovoltaici – Modifica di un regime di sostegno

    Causa n.: C-798/18
    Data di assegnazione: 12/05/2021

    Le domande sono state presentate nell'ambito di controversie sorte tra, da un lato, nella causa C 798/18, la Federazione nazionale delle imprese elettrotecniche ed elettroniche (Anie) nonché 159 imprese che producono energia elettrica da impianti fotovoltaici e, nella causa C 799/18, l'Athesia Energy Srl nonché altre 15 imprese operanti nello stesso settore e, dall'altro lato, il Ministero dello Sviluppo economico (Italia) e il Gestore dei servizi energetici (GSE) SpA, in merito all'annullamento dei decreti attuativi delle disposizioni legislative nazionali che prevedono una revisione delle tariffe incentivanti per la produzione di energia elettrica da impianti fotovoltaici e delle relative modalità di pagamento.

    Il regime italiano di incentivi alla produzione di energia elettrica da impianti fotovoltaici è stato infatti modificato dall'articolo 26 del decreto-legge n. 91/2014 (cd. Spalma-incentivi), attuato con decreti ministeriali del 16 e del 17 ottobre 2014, di cui i ricorrenti nei procedimenti principali chiedono l'annullamento dinanzi al Tribunale amministrativo regionale per il Lazio (Italia).

    Il giudice del rinvio ritiene che detto articolo 26 possa essere contrario al diritto dell'Unione, avendo ridotto le tariffe e modificato le modalità di pagamento di incentivi già assegnati e confermati mediante convenzioni concluse individualmente dal GSE con i gestori degli impianti fotovoltaici, che indicano le tariffe incentivanti concrete e le modalità specifiche del loro pagamento per un periodo di 20 anni.

    La Corte rileva che le convenzioni tra i gestori di impianti fotovoltaici interessati e il GSE erano concluse sulla base di "contratti-tipo" che non assegnavano di per sé incentivi agli impianti stessi, ma fissavano unicamente le modalità della loro erogazione, e che, per le convenzioni concluse dopo il 31 dicembre 2012, il GSE si riservava il diritto di modificare unilateralmente le condizioni di queste ultime a seguito di eventuali sviluppi normativi. Detti elementi costituivano, quindi, un'indicazione sufficientemente chiara per gli operatori economici nel senso che gli incentivi in questione potevano essere modificati o soppressi.

    La Corte aggiunge inoltre che le misure previste dall'articolo 26, commi 2 e 3, del decreto- legge n. 91/2014 non incidono sugli incentivi già erogati, ma sono applicabili a decorrere dall'entrata di tale decreto-legge e unicamente agli incentivi previsti, ma non ancora dovuti.

    La Corte, pertanto, dichiara che, fatte salve le verifiche che spetta al giudice del rinvio effettuare tenendo conto di tutti gli elementi rilevanti, l'articolo 3, paragrafo 3, lettera a), della direttiva 2009/28 e gli articoli 16 e 17 della Carta, letti alla luce dei principi della certezza del diritto e della tutela del legittimo affidamento, devono essere interpretati nel senso che essi non ostano a una normativa nazionale che prevede la riduzione o il rinvio del pagamento degli incentivi per l'energia prodotta dagli impianti solari fotovoltaici, incentivi precedentemente concessi mediante decisioni amministrative e confermati da apposite convenzioni concluse tra gli operatori di tali impianti e una società pubblica, qualora tale normativa riguardi gli incentivi già previsti, ma non ancora dovuti.

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  • Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 15 aprile 2021
    Techbau SpA contro Azienda Sanitaria Locale AL Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale ordinario di Torino Rinvio pregiudiziale – Lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali – Direttiva 2000/35/CE – Nozione di "transazione commerciale" – Nozioni di "consegna di merci" e di "prestazione di servizi" – Articolo 1 e articolo 2, punto 1, primo comma – Appalto pubblico di lavori

    Causa n.: C-299/19
    Data di assegnazione: 17/12/2020
    La Corte di giustizia dell'UE si pronuncia sulla corretta interpretazione della direttiva 2000/35 relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali. La domanda di pronuncia pregiudiziale è stata presentata dal Tribunale di Torino nell'ambito di una controversia tra la Techbau SpA e l'Azienda Sanitaria Locale AL (ente pubblico incaricato del servizio di sanità pubblica di Alessandria, Italia) in relazione al pagamento di interessi di mora sull'importo dovuto per l'esecuzione di un appalto avente ad oggetto la realizzazione di un blocco operatorio per un ospedale. La questione sollevata, in sostanza, è diretta a stabilire se l'articolo 2, punto 1, primo comma, della direttiva citata debba essere interpretato nel senso che un appalto pubblico di lavori costituisce una transazione commerciale, ai sensi di tale disposizione, e rientra quindi nell'ambito di applicazione ratione materiae di detta direttiva. In particolare la direttiva definisce transazioni commerciali i contratti tra imprese ovvero tra imprese e pubbliche amministrazioni che comportano la consegna di merci o la prestazione di servizi, contro pagamento di un prezzo. In sintesi nell'ambito della controversia innanzi al Tribunale ordinario di Torino è sorto il dubbio se un appalto pubblico di lavori potesse considerarsi estraneo al concetto di transazione commerciale testé indicato con conseguente disapplicazione della direttiva contro i ritardi nei pagamenti. Declinata sul piano del giudizio di compatibilità tra diritto dell'UE e quello nazionale, il Tribunale di Torino ha pertanto chiesto alla Corte se l'articolo 2, punto 1 della direttiva [2000/35] ostasse a una normativa nazionale, come l'articolo 2 comma 1, lettera a) del decreto legislativo n. 231 del 2002, che esclude dalla nozione di ?transazione commerciale? – intesa come contratti che ?comportano, in via esclusiva o prevalente, la consegna di merci o la prestazione di servizi, contro il pagamento di un prezzo? – e quindi dal proprio campo di applicazione il contratto di appalto di opera, indifferentemente pubblico o privato, e specificamente l'appalto pubblico di lavori ai sensi del diritto europeo. La Corte affronta la questione anzitutto dal punto di vista del tenore letterale della norma in questione. Occorrono due condizioni affinché un'operazione sia sussumibile nella nozione di transazione commerciale: essa deve essere, in primo luogo, effettuata tra imprese ovvero tra imprese e pubbliche amministrazioni e, in secondo luogo, ?comportare la consegna di merci o la prestazione di servizi, contro pagamento di un prezzo?. Con riferimento alla seconda condizione, la Corte precisa che da diverse disposizioni della direttiva citata emerge che la seconda condizione (consegna di merci o prestazioni di servizio dietro pagamento di un prezzo) è applicabile ad ogni pagamento effettuato a titolo di corrispettivo in transazioni commerciali, comprese quelle tra imprese e pubbliche amministrazioni, ad esclusione dei contratti con consumatori e di altri tipi di pagamenti individuati dalla direttiva stessa. Poiché le transazioni riguardanti gli appalti pubblici di lavori non rientrano nel novero delle materie escluse, esse devono rientrare nell'ambito di applicazione ratione materiae di detta direttiva. La Corte precisa che l'impiego, nella disposizione citata, dei termini «che comportano», al fine di descrivere il nesso che deve sussistere tra, da un lato, le «transazioni» e, dall'altro, la «consegna di merci» o la «prestazione di servizi», mette in evidenza che una transazione che non ha per oggetto la consegna di merci o la prestazione di servizi può nondimeno rientrare nella nozione di «transazione commerciale», ai sensi di tale disposizione, qualora una transazione del genere dia effettivamente luogo a una consegna o a una prestazione siffatte. La Corte impiega altresì argomenti di carattere sistemico per confermare tale indirizzo giurisprudenziale. In particolare, alla luce delle definizioni del Trattato sul funzionamento dell'UE in materia di libertà fondamentali, e della relativa giurisprudenza, è indubbio che un contratto d'appalto avente ad oggetto l'esecuzione di un'opera o di lavori, e un appalto pubblico di lavori, implichi la consegna di merci o la prestazioni di servizi. Infine la Corte sottolinea che l'esclusione di una parte non trascurabile delle transazioni commerciali, vale a dire quelle relative agli appalti pubblici di lavori, dal beneficio dei meccanismi di lotta contro i ritardi di pagamento previsti dalla direttiva 2000/35, da un lato, contrasterebbe con l'obiettivo di tale direttiva, enunciato al suo considerando 22, secondo cui la stessa deve disciplinare tutte le transazioni commerciali, a prescindere dal fatto che esse siano effettuate tra imprese pubbliche o private o tra imprese e autorità pubbliche. Dall'altro lato, una siffatta esclusione avrebbe necessariamente la conseguenza di ridurre l'effetto utile dei suddetti meccanismi, anche rispetto alle transazioni che possono coinvolgere operatori provenienti da diversi Stati membri. In forza di tali argomenti la Corte dichiara che l'articolo 2, punto 1, primo comma, della direttiva 2000/35/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 giugno 2000, relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, deve essere interpretato nel senso che un appalto pubblico di lavori costituisce una transazione commerciale che comporta la consegna di merci o la prestazione di servizi, ai sensi di tale disposizione, e rientra quindi nell'ambito di applicazione ratione materiae di tale direttiva.
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  • Sentenza della Corte (Sesta Sezione) del 16 luglio 2020
    WWF Italia o.n.l.u.s. e a. contro Presidenza del Consiglio dei Ministri e Azienda Nazionale Autonoma Strade SpA (ANAS)

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta da Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio
    Rinvio pregiudiziale - Ambiente - Direttiva 92/43/UEE - Articolo 6 - Conservazione degli habitat naturali e della flora e della fauna selvatiche - Zone speciali di conservazione - Realizzazione di una tratta stradale - Valutazione dell'incidenza di tale progetto sulla zona speciale di conservazione interessata - Autorizzazione - Motivi imperativi di rilevante interesse pubblico

    Causa n.: C-411/19
    Data di assegnazione: 02/09/2020
    La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull'interpretazione dell'articolo 6 della Direttiva 92/43/CEE, del 21 maggio 1992, relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche. La domanda è stata presentata in merito alla legittimità della delibera del 1 dicembre 2017, con la quale il Consiglio dei Ministri ha adottato il provvedimento di compatibilità ambientale del progetto preliminare di collegamento stradale a nord di Roma (Italia), secondo il «tracciato verde», tra Monte Romano Est (Italia) e Tarquinia Sud (Italia), e della delibera del 28 febbraio 2018, con la quale il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica (CIPE) ha approvato tale progetto preliminare. Il progetto preliminare era stato oggetto di un parere negativo della commissione del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del territorio e del mare preposta alla valutazione ambientale, con la motivazione della mancanza di uno studio approfondito dell'incidenza ambientale e del coinvolgimento di un sito di importanza comunitaria, inserito nella rete di aree protette Natura 2000, la zona ?Fiume Mignone (basso corso)?. Secondo la Corte di Giustizia, la normativa dello Stato membro che consente di superare il parere negativo dell'autorità competente in materia ambientale, in merito alla realizzazione di un'opera infrastrutturale, di rilevante interesse nazionale e che coinvolga un'area naturale protetta, è compatibile con il diritto europeo e in particolare con la citata direttiva 92/43/CEE. In particolare, la sesta sezione della Corte ha dichiarato che: 1) l'articolo 6 della direttiva 92/43/CEE del 21 maggio 1992, relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali della flora e della fauna selvatiche, dev'essere interpretato nel senso che esso non osta a una normativa nazionale che consente la prosecuzione, per imperativi motivi di interesse pubblico, della procedura di autorizzazione di un piano o di un progetto la cui incidenza su una zona speciale di conservazione non possa essere mitigata e sul quale l'autorità pubblica competente abbia già espresso parere negativo, a meno che non esista una soluzione alternativa che comporta minori inconvenienti per l'integrità della zona interessata, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare; 2) qualora un piano o un progetto abbia formato oggetto, in applicazione dell'articolo 6, paragrafo 3, della direttiva 92/43, di una valutazione negativa quanto alla sua incidenza su una zona speciale di conservazione e lo Stato membro interessato abbia comunque deciso, ai sensi del paragrafo 4 di detto articolo, di realizzarlo per motivi imperativi di rilevante interesse pubblico, l'articolo 6 di tale direttiva deve essere interpretato nel senso che esso osta a una normativa nazionale che consente che detto piano o progetto, dopo la sua valutazione negativa ai sensi del paragrafo 3 di detto articolo e prima della sua adozione definitiva in applicazione del paragrafo 4 del medesimo, sia completato con misure di mitigazione della sua incidenza su tale zona e che la valutazione di detta incidenza venga proseguita. L'articolo 6 della direttiva 92/43 non osta invece, nella stessa ipotesi, a una normativa che consente di definire le misure di compensazione nell'ambito della medesima decisione, purchè siano soddisfatte anche le altre condizioni di attuazione dell'articolo 6, paragrafo 4, di tale direttiva; 3) la direttiva 92/43 dev'essere interpretata nel senso che essa non osta a una normativa nazionale che prevede che il soggetto proponente realizzi uno studio sull'incidenza del piano o del progetto di cui trattasi sulla zona speciale di conservazione interessata, sulla base del quale l'autorità competente procede alla valutazione di tale incidenza. Tale direttiva osta invece a una normativa nazionale che consente di demandare al soggetto proponente di recepire, nel piano o nel progetto definitivo, prescrizioni, osservazioni e raccomandazioni di carattere paesaggistico e ambientale dopo che quest'ultimo abbia formato oggetto di una valutazione negativa da parte dell'autorità competente, senza che il piano o il progetto così modificato debba costituire oggetto di una nuova valutazione da parte di tale autorità; 4) La direttiva 92/43 dev'essere interpretata nel senso che essa, pur lasciando agli Stati membri il compito di designare l'autorità competente a valutare l'incidenza di un piano o di un progetto su una zona speciale di conservazione nel rispetto dei criteri enunciati dalla giurisprudenza della Corte, osta invece a che una qualsivoglia autorità prosegua o completi tale valutazione, una volta che quest'ultima sia stata realizzata.
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  • Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 26 settembre 2019
    Vitali SpA contro Autostrade per l'Italia SpA

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia
    Rinvio pregiudiziale - Articoli 49 e 56 TFUE - Aggiudicazione degli appalti pubblici - Direttiva 2014/24/UE - Articolo 71 - Subappalto - Normativa nazionale che limita la possibilità di subappaltare nella misura del 30% dell'importo complessivo del contratto

    Causa n.: C-63/18
    Data di assegnazione: 30/10/2019
    La Corte ha dichiarato che la direttiva 2014/24/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 febbraio 2014, sugli appalti pubblici e che abroga la direttiva 2004/18/CE, come modificata dal regolamento delegato (UE) 2015/2170 della Commissione, del 24 novembre 2015, deve essere interpretata nel senso che osta a una normativa nazionale, come quella di cui trattasi nel procedimento principale, che limita al 30 per cento la parte dell'appalto che l'offerente è autorizzato a subappaltare a terzi.
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  • Sentenza della Corte (Sesta Sezione) dell' 8 maggio 2019
    Associazione 'Verdi Ambiente e Società - Aps Onlus' (VAS) e 'Movimento Legge Rifiuti Zero per l'Economia Circolare' Aps contro Presidente del Consiglio dei Ministri e altri

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta da Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio
    Rinvio pregiudiziale - Ambiente - Direttiva 2008/98/UE - Recupero o smaltimento dei rifiuti - Istituzione di un sistema integrato di gestione dei rifiuti che garantisca l'autosufficienza nazionale - Realizzazione di impianti di incenerimento o incremento della capacità degli impianti esistenti - Qualifica degli impianti di incenerimento come 'infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale' - Rispetto del principio della 'gerarchia dei rifiuti' - Direttiva 2001/42/UE - Necessità di procedere ad una "valutazione ambientale"
    Causa C-305/18

    Data di assegnazione: 11/06/2019
    La Corte ha dichiarato che il principio della «gerarchia dei rifiuti», di cui all'articolo 4 della direttiva 2008/98/CE, relativa ai rifiuti, alla luce dell'articolo 13 di tale direttiva, non osta a una normativa nazionale che qualifica gli impianti di incenerimento dei rifiuti come «infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale», purché tale normativa sia compatibile con le altre disposizioni della direttiva che prevedono obblighi più specifici, e che gli articoli 2, lettera a), e 3, paragrafi 1 e paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2001/42/CE, concernente la valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull'ambiente, devono essere interpretati nel senso che una normativa nazionale, costituita da una normativa di base e da una normativa di esecuzione, che determina in aumento la capacità degli impianti di incenerimento dei rifiuti esistenti e che prevede la realizzazione di nuovi impianti di tale natura, rientra nella nozione di «piani e programmi», ai sensi di tale direttiva, qualora possa avere effetti significativi sull'ambiente e deve, di conseguenza, essere soggetta ad una valutazione ambientale preventiva
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  • Sentenza della Corte (Nona Sezione) del 2 maggio 2019
    Lavorgna Srl contro Comune di Montelanico e a.

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio
    Rinvio pregiudiziale - Aggiudicazione degli appalti pubblici - Direttiva 2014/24/UE - Costi della manodopera - Esclusione automatica dell'offerente che non ha indicato separatamente nell'offerta detti costi - Principio di proporzionalità

    Causa n.: C-309/18
    Data di assegnazione: 11/06/2019
    La Corte ha dichiarato che i princìpi della certezza del diritto, della parità di trattamento e di trasparenza, quali contemplati nella direttiva 2014/24/UE, sugli appalti pubblici, non ostano a una normativa nazionale secondo la quale la mancata indicazione separata dei costi della manodopera, in un'offerta economica presentata nell'ambito di una procedura di aggiudicazione di un appalto pubblico, comporta l'esclusione della medesima offerta senza possibilità di soccorso istruttorio, anche nell'ipotesi in cui l'obbligo di indicare i suddetti costi separatamente non fosse specificato nella documentazione della gara d'appalto, sempreché tale condizione e tale possibilità di esclusione siano chiaramente previste dalla normativa nazionale relativa alle procedure di appalti pubblici espressamente richiamata in detta documentazione. Tuttavia, se le disposizioni della gara d'appalto non consentono agli offerenti di indicare i costi in questione nelle loro offerte economiche, i princìpi di trasparenza e di proporzionalità non ostano alla possibilità di consentire agli offerenti di sanare la loro situazione e di ottemperare agli obblighi previsti dalla normativa nazionale in materia entro un termine stabilito dall'amministrazione aggiudicatrice
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  • Sentenza della Corte (Ottava Sezione) del 19 dicembre 2018
    Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato - Antitrust e Coopservice Soc. coop. arl contro Azienda Socio-Sanitaria Territoriale della Vallecamonica - Sebino (ASST) e a.

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Consiglio di Stato
    Rinvio pregiudiziale - Direttiva 2004/18/UE - Articolo 1, paragrafo 5 - Articolo 32, paragrafo 2 - Appalti pubblici di lavori, forniture e servizi - Accordi quadro - Clausola di estensione dell'accordo quadro ad altre amministrazioni aggiudicatrici - Principi di trasparenza e di parità di trattamento degli operatori economici - Assenza di determinazione del volume degli appalti pubblici successivi o determinazione mediante riferimento all'ordinario fabbisogno delle amministrazioni aggiudicatrici non firmatarie dell'accordo quadro - Divieto
    Causa C-216/17

    Data di assegnazione: 22/01/2019
    La Corte ha dichiarato che, in base all'articolo 1, paragrafo 5, e all'articolo 32, paragrafo 2, quarto comma, della direttiva 2004/18/CE, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi, un'amministrazione aggiudicatrice può agire per se stessa e per altre amministrazioni aggiudicatrici, chiaramente individuate, che non siano direttamente parti di un accordo quadro, purché i requisiti di pubblicità e di certezza del diritto e, pertanto, di trasparenza siano rispettati. Ha, altresì, escluso la possibilità che le amministrazioni aggiudicatrici che non siano firmatarie di tale accordo quadro non determinino la quantità delle prestazioni che potranno essere richieste all'atto della conclusione da parte loro degli accordi che gli danno esecuzione o che la determinino mediante riferimento al loro ordinario fabbisogno, pena violare i princìpi di trasparenza e di parità di trattamento degli operatori economici interessati alla conclusione di tale accordo quadro.
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  • Sentenza della Corte (Terza Sezione) del 28 novembre 2018
    Amt Azienda Trasporti e Mobilità SpA e a. contro Atpl Liguria - Agenzia regionale per il trasporto pubblico locale SpA e Regione Liguria

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale Amministrativo Regionale della Liguria
    Rinvio pregiudiziale - Appalti pubblici - Procedure di ricorso - Direttiva 89/665/UEE - Articolo 1, paragrafo 3 - Direttiva 92/13/UEE - Articolo 1, paragrafo 3 - Diritto di proporre ricorso subordinato alla condizione di aver presentato un'offerta nell'ambito della procedura di aggiudicazione dell'appalto

    Causa n.: C-328/17
    Data di assegnazione: 13/12/2018
    La Corte ha dichiarato che l'articolo 1, paragrafo 3, della direttiva 89/665/CEE, in materia di aggiudicazione degli appalti pubblici di forniture e di lavori, e l'articolo 1, paragrafo 3, della direttiva 92/13/CEE in materia di procedure di appalto degli enti erogatori di acqua e di energia e degli enti che forniscono servizi di trasporto nonché degli enti che operano nel settore delle telecomunicazioni, non ostano a una disposizione nazionale che non consente agli operatori economici di proporre un ricorso contro le decisioni dell'amministrazione aggiudicatrice relative a una procedura d'appalto alla quale essi hanno deciso di non partecipare poiché la normativa applicabile a tale procedura rendeva molto improbabile che fosse loro aggiudicato l'appalto in questione
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  • Sentenza della Corte (seconda sezione) del 18 ottobre 2018
    Legatoria editoriale Giovanni Olivotto (L.E.G.O.) Spa contro  Gestore dei servizi energetici (GSE) Spa e altri

    Rinvio pregiudiziale – Ambiente – Promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili – Bioliquidi utilizzati per un impianto termoelettrico – Direttiva 2009/28/CE – Articolo 17 – Criteri di sostenibilità per i bioliquidi – Articolo 18 – Sistemi nazionali di certificazione della sostenibilità – Decisione di esecuzione 2011/438/UE – Sistemi volontari di certificazione della sostenibilità dei biocarburanti e dei bioliquidi approvati dalla Commissione europea – Normativa nazionale che prevede l'obbligo per gli operatori intermedi di presentare i certificati di sostenibilità – Articolo 34 TFUE – Libera circolazione delle merci

    Causa n.: C-242/17
    Data di assegnazione: 26/11/2018
    La Corte ha dichiarato compatibile con la direttiva 2009/28/CE, sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili, la normativa nazionale che impone agli operatori economici, per la certificazione della sostenibilità dei bioliquidi, oneri specifici, diversi e più ampi rispetto a quelli previsti da un sistema volontario di certificazione della sostenibilità, quale il sistema International Sustainability and Carbon Certification (ISCC), nella misura in cui tale sistema è stato approvato soltanto per i biocarburanti e gli oneri suddetti riguardano soltanto i bioliquidi, e che impone un sistema nazionale di verifica della sostenibilità dei bioliquidi, secondo cui tutti gli operatori economici che intervengono nella catena di consegna del prodotto considerato, anche quando si tratti di intermediari che non conseguono alcuna disponibilità fisica delle partite di bioliquidi, sono tenuti a rispettare taluni obblighi di certificazione, di comunicazione e di informazione scaturenti da detto sistema.
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  • Sentenza della Corte (Quarta Sezione) del 12 luglio 2018
    VAR Srl e Azienda Trasporti Milanesi SpA (ATM) contro Iveco Orecchia SpA

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Consiglio di Stato
    Rinvio pregiudiziale - Appalti pubblici - Direttiva 2004/17/UE - Articolo 34 - Fornitura di ricambi per vetture autofiloviarie - Specifiche tecniche - Prodotti equivalenti - Possibilità di fornire la prova dell'equivalenza dopo l'aggiudicazione dell'appalto

    Causa n.: C-14/17
    Data di assegnazione: 26/11/2018
    La Corte ha dichiarato che, in base all'articolo 34, paragrafo 8, della direttiva 2004/17/CE, che coordina le procedure di appalto degli enti erogatori di acqua e di energia, degli enti che forniscono servizi di trasporto e servizi postali, quando le specifiche tecniche che figurano nei documenti dell'appalto fanno riferimento a un marchio, a un'origine o a una produzione specifica, l'ente aggiudicatore deve esigere che l'offerente fornisca, già nella sua offerta, la prova dell'equivalenza dei prodotti che propone rispetto a quelli definiti nelle citate specifiche tecniche.
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  • Sentenza della Corte (Prima Sezione) del 31 maggio 2018
    Commissione europea contro Repubblica italiana

    Inadempimento di uno Stato - Raccolta e trattamento delle acque reflue urbane - Direttiva 91/271/UEE - Articoli 3, 4 e 10 - Sentenza della Corte che constata un inadempimento - Mancata esecuzione - Articolo 260, paragrafo 2, TFUE - Sanzioni pecuniarie - Penalità e somma forfettaria

    Causa n.: C-251/17
    Data di assegnazione: 26/11/2018

    La Corte, dichiarandola inadempiente agli obblighi derivanti dall'articolo 260, paragrafo 1, del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), ha condannato l'Italia per non aver adottato tutte le misure necessarie per l'esecuzione della sentenza del 19 luglio 2012, causa C-565/10, in materia di trattamento delle acque reflue urbane, al pagamento alla Commissione europea di una somma forfettaria di 25 milioni di euro, nonché di una penalità di 30.112.500 euro per ciascun semestre di ritardo nell'attuazione delle misure necessarie per ottemperare alla sentenza.

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  • Sentenza della Corte (Nona Sezione) del 19 aprile 2018
    Consorzio Italian Management e Catania Multiservizi SpA contro Rete Ferroviaria Italiana SpA

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Consiglio di Stato
    Rinvio pregiudiziale - Procedure di appalto degli enti erogatori di acqua e di energia, degli enti che forniscono servizi di trasporto e servizi postali - Direttiva 2004/17/UE - Obbligo di revisione del prezzo dopo l'aggiudicazione dell'appalto - Mancanza di un siffatto obbligo nella direttiva 2004/17/UE o derivante dai principi generali sottesi all'articolo 56 TFUE e alla direttiva 2004/17/UE - Servizi di pulizia e di mantenimento del decoro collegati all'attività di trasporto ferroviario - Articolo 3, paragrafo 3, TUE - Articoli 26, 57, 58 e 101 TFUE - Mancanza di precisazioni sufficienti sul contesto di fatto della controversia nel procedimento principale nonché sulle ragioni che giustificano la necessità di una risposta alle questioni pregiudiziali - Irricevibilità - Articolo 16 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea - Disposizioni del diritto nazionale che non attuano il diritto dell'Unione - Incompetenza

    Causa n.: C-152/17
    Data di assegnazione: 26/11/2018
    La Corte ha dichiarato che la direttiva 2004/17/CE, che coordina le procedure di appalto degli enti erogatori di acqua e di energia, degli enti che forniscono servizi di trasporto e servizi postali, e i princìpi generali ad essa sottesi devono essere interpretati nel senso che essi non ostano a norme di diritto nazionale che non prevedono la revisione periodica dei prezzi dopo l'aggiudicazione di appalti rientranti nei settori considerati da tale direttiva
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  • Sentenza della Corte (Nona Sezione) del 19 aprile 2018
    Oftalma Hospital Srl contro Commissione Istituti Ospitalieri Valdesi (CIOV) e Regione Piemonte

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Corte suprema di cassazione
    Rinvio pregiudiziale - Appalti pubblici di servizi - Servizi sanitari e sociali - Attribuzione al di fuori delle regole di aggiudicazione degli appalti pubblici - Necessità di rispettare i principi di trasparenza e di parità di trattamento - Nozione di "interesse transfrontaliero certo" - Direttiva 92/50/UEE - Articolo 27

    Causa n.: C-65/17
    Data di assegnazione: 26/11/2018
    La Corte ha dichiarato che un'amministrazione aggiudicatrice, qualora attribuisca un appalto pubblico di servizi che ricade sotto l'articolo 9 della direttiva 92/50/CEE, che coordina le procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di servizi, è tenuta a conformarsi anche alle norme fondamentali e ai principi generali del TFUE, e in particolare ai princìpi di parità di trattamento e di non discriminazione in base alla nazionalità, nonché all'obbligo di trasparenza che ne deriva, a condizione che, alla data della sua attribuzione, tale appalto presenti un carattere transfrontaliero certo, e che l'articolo 27, paragrafo 3, della direttiva 92/50/CEE deve essere interpretato nel senso che esso non si applica agli appalti pubblici di servizi rientranti nell'allegato I B di tale direttiva
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