Contenuto

Sentenze della Corte di Giustizia dell'UE

VI COMMISSIONE (FINANZE)

  • Sentenza della Corte (Ottava Sezione) del 16 luglio 2020
    Antonio Capaldo SpA contro Agenzia delle dogane e dei monopoli - Ufficio delle dogane di Salerno

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta da Commissione tributaria regionale della Campania
    Rinvio pregiudiziale - Unione doganale - Codice doganale comunitario - Regolamento (CEE) n. 2913/92 - Controllo delle merci - Domanda di revisione della dichiarazione in dogana - Controllo a posteriori

    Causa n.: C-496/19
    Data di assegnazione: 02/09/2020
    La sentenza verte sull'interpretazione dell'articolo 78 del regolamento (CEE) n. 2913/92 del Consiglio del 12 ottobre 1992, che istituisce un codice doganale comunitario. Il procedimento principale è sorto a seguito del rigetto, da parte dell'Ufficio doganale di Salerno, di due domande presentate da Antonio Capaldo S.p.A al fine di ottenere, da un lato, la revisione delle sue dichiarazioni in dogana e, dall'altro, il rimborso delle somme che, a suo avviso, non avrebbe dovuto versare a titolo di dazi doganali e di imposta sul valore aggiunto se fosse stato attribuito il codice tariffario proposto dalla parte ricorrente. Nel corso del 2011, la ricorrente ha importato merci dalla Cina chiedendo che fosse rivisto il regime tariffario delle aliquote in senso più favorevole. Tale richiesta è stata rigettata. La ricorrente quindi ha presentato appello avverso tale decisione dinanzi alla Commissione tributaria regionale della Campania che ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte la questione pregiudiziale con cui si chiede se l'articolo 78 del codice doganale debba essere interpretato nel senso che esso osta a un'eventuale revisione della dichiarazione in dogana qualora la merce sia stata sottoposta, in occasione di una precedente importazione e senza contestazione, a una verifica fisica che abbia confermato la sua classificazione doganale. Nella sua sentenza la Corte afferma che l'articolo 78 del codice doganale non contiene alcuna limitazione né per quanto riguarda la possibilità per l'autorità doganale di reiterare una revisione o un controllo a posteriori (paragrafi 1 e 2), né in relazione all'adozione, da parte di tale autorità, delle misure necessarie per regolarizzare la situazione (paragrafo 3). Per questi motivi, la Corte dichiara che l'articolo 78 del regolamento (CEE) n. 2913/92 deve essere interpretato nel senso che esso non osta all'avvio della procedura di revisione della dichiarazione in dogana da esso prevista, anche qualora la merce di cui trattasi sia stata sottoposta, in occasione di una precedente importazione e senza contestazione, a una verifica fisica che abbia confermato la sua classificazione doganale.
    nascondi nota di sintesi
  • Sentenza della Corte (Prima Sezione) del 16 luglio 2020
    OC e a., Adusbef, Federconsumatori, PB e a., QA e a. contro Banca d'Italia e altri

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Consiglio di Stato

    Rinvio pregiudiziale – Ricevibilità – Articoli 63 e seguenti TFUE – Libera circolazione dei capitali – Articoli 107 e seguenti TFUE – Aiuti di Stato – Articoli 16 e 17 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea – Libertà d'impresa – Diritto di proprietà – Regolamento (UE) n. 575/2013 – Requisiti prudenziali per gli enti creditizi e le imprese di investimento – Articolo 29 – Regolamento (UE) n. 1024/2013 – Articolo 6, paragrafo 4 – Vigilanza prudenziale degli enti creditizi – Compiti specifici attribuiti alla Banca centrale europea (BCE) – Regolamento delegato (UE) n. 241/2014 – Norme tecniche di regolamentazione sui requisiti di fondi propri per gli enti – Normativa nazionale che impone una soglia di attivo alle banche popolari costituite in forma di società cooperative e consente di limitare il diritto al rimborso delle azioni dei soci recedenti

    Causa C-686/18

    Causa n.: C-686/18
    Data di assegnazione: 02/09/2020
    La sentenza della CGUE verte sull'interpretazione dell'articolo 29 del Regolamento (UE) n. 575/2013, relativo ai requisiti prudenziali per gli enti creditizi e le imprese di investimento, nel combinato disposto con l'articolo 10 del Regolamento delegato (UE) n. 241/2014: in particolare, la Corte si pronuncia sulla compatibilità con dette norme europee di una disciplina nazionale, quale quella dettata dall'art. 28 TUB (d. lgs. 385/1993) come attuato dalla Banca d'Italia con il 9º aggiornamento della circolare n. 285/2013, che consente alle banche popolari o alle banche di credito cooperativo di limitare o rinviare, in tutto o in parte e senza limiti di tempo, in considerazione della propria situazione prudenziale, il rimborso delle azioni e degli strumenti di capitale nei casi di recesso, esclusione o morte del socio, al fine di assicurare che gli strumenti di capitale emessi da tali banche siano considerati strumenti di capitale primario di classe 1. Tali strumenti sono infatti parte di quella quota di fondi propri della banca, denominata capitale di classe 1, che le consente di proseguire le sue attività e ne mantiene la solvibilità. La sentenza si esprime inoltre sulla possibilità di qualificare una normativa nazionale che detta restrizioni al diritto al rimborso delle azioni quale una limitazione (ex art. 52 Carta dei diritti fondamentali dell'UE-CDFUE) dei diritti di libera intrapresa e di proprietà, protetti rispettivamente dagli articoli 16 e 17 CDFUE. Infine la pronuncia chiarisce se l'interpretazione degli art. 63 e ss. TFUE, i quali disciplinano la libertà di movimento dei capitali, osti all'introduzione da parte degli Stati membri di una normativa che fissa una soglia di attivo per l'esercizio di attività bancarie da parte di banche popolari stabilite in tale Stato membro e costituite in forma di società cooperative per azioni a responsabilità limitata, al di sopra della quale tali banche sono obbligate a trasformarsi in società per azioni, a ridurre l'attivo al di sotto di detta soglia o a procedere alla loro liquidazione: la Corte risponde, nello specifico, alla domanda pregiudiziale posta dal Consiglio di Stato attorno alla compatibilità con il diritto dell'UE dell'art. 29 del decreto legislativo n. 385/1993 (TUB), il quale dispone che l'attivo della banca popolare non può superare 8 miliardi di euro e impone, in caso di superamento di tale soglia, la trasformazione in spa o la liquidazione della società. Non ricevibile è stata invece ritenuta la questione, posta dal giudice nazionale, circa la compatibilità di detta soglia con la disciplina in materia di aiuti di stato dettata dagli artt. 107 TFUE e ss., per l'impossibilità di individuare un collegamento sufficiente tra tali disposizioni del diritto dell'UE e la normativa nazionale. Il rinvio pregiudiziale ex art. 267 TFUE è stato operato dal Consiglio di Stato, chiamato a pronunciarsi in sede di appello sul fondamento dei ricorsi proposti da alcuni cittadini insieme ad Adusbef e Federconcusmatori avverso il 9º aggiornamento della circolare n. 285/2013 di Banca d'Italia che ha consentito alle banche popolari di limitare o rinviare il rimborso delle azioni, in occasione della trasformazione in spa, deliberata (art. 29, co. 2-ter TUB) in ottemperanza all'art. 1, co. 2 d.l. n. 3/2015 conseguentemente al superamento della soglia di attivo compatibile con la forma societaria di soc. coop. per azioni, fissata dalla legge in 8 miliardi di euro. La Corte ha pertanto evidenziato che risulta dal dato testuale dell'art. 29 del regolamento 575/2013 la facoltà delle banche popolari e di credito cooperativo di rinviare il rimborso degli strumenti di capitale e di limitarne l'importo per un periodo illimitato, vale a dire per tutto il tempo e nella misura in cui ciò sia necessario alla luce della loro situazione prudenziale, considerando in particolare la situazione generale in termini finanziari, di liquidità e di solvibilità nonché l'importo del capitale primario di classe 1 rispetto al capitale complessivo: pertanto l'articolo 29 del regolamento n. 575/2013 e l'articolo 10 del regolamento delegato n. 241/2014 non ostano alla normativa di uno Stato membro che consente a dette banche di rinviare per un periodo illimitato il rimborso delle azioni del socio recedente, laddove ciò sia necessario ad assicurare che gli strumenti di capitale emessi da tali banche siano considerati strumenti di capitale primario di classe 1. Inoltre la Corte ha riconosciuto che una normativa nazionale quale quella introdotta nell'ordinamento italiano, benché costituisca una limitazione del diritto di proprietà (art. 17 CDFUE) e, potenzialmente, del diritto di impresa (art. 16 CDFUE) del socio recedente, deve essere considerata legittima. La giurisprudenza della Corte è infatti costante nell'affermare che la libertà di impresa non costituisce una prerogativa assoluta, essendo soggetta a un ampio ventaglio di interventi dei poteri pubblici atti a stabilire, nell'interesse generale, limiti all'esercizio dell'attività economica, né la tutela del diritto di proprietà può prevalere su restrizioni, proporzionate e necessarie, che perseguono obiettivi di interesse generale. Giacché dunque la normativa in questione risponde effettivamente a finalità di interesse generale riconosciute dall'Unione (ai sensi dell'art. 52 CDFUE), in quanto è volta a perseguire la stabilità del sistema bancario e finanziario prevenendo un rischio sistemico, mediante l'adeguamento tra la forma giuridica e le dimensioni delle banche popolari, nonché il rispetto delle regole prudenziali dell'Unione che disciplinano l'esercizio dell'attività bancaria, la limitazione che apporta alla libertà di impresa e al diritto di proprietà appare pienamente legittima. L'argomento della Corte è tale per cui la prevenzione del rischio sistemico rappresenta un motivo sufficiente di giustificazione per misure nazionali che restringano la libera iniziativa economica e il diritto di proprietà. Dal momento che, infatti, la restrizione del diritto di rimborso da parte della banca popolare è finalizzata ad assicurare la computabilità degli strumenti di capitale da essa emessi come strumenti di capitale primario di classe 1, la Corte ritiene che una simile normativa, lungi dal compromettere il contenuto essenziale dei diritti di proprietà e di iniziativa economica, consente di arginare la circostanza che l'investimento nel capitale primario di una banca sia improvvisamente ritirato e, in tal modo, di evitare di esporre detta banca nonché l'intero settore bancario a un'instabilità prudenziale. In effetti, come ha sottolineato il giudice di Lussemburgo, le banche sono spesso interconnesse e molte di loro esercitano le loro attività a livello internazionale, quindi la grave difficoltà di una o più banche rischia di propagarsi rapidamente alle altre e ciò rischia a sua volta di produrre ricadute negative in altri settori dell'economia Pertanto tale limitazione risulta compatibile con il diritto dell'Unione europea, purché sia conforme al principio di proporzionalità, ovverosia se non eccede quanto necessario, tenuto conto della situazione prudenziale delle banche interessate, con riferimento particolare alla loro liquidità e solvibilità. Analogamente, la CGUE ha stabilito che l'art. 63 TFUE deve essere interpretato nel senso che una misura nazionale, quale quella italiana, che fissa una soglia di attivo per l'esercizio dell'attività bancaria da parte delle banche popolari, sebbene possa limitare l'importanza dell'attività economica esercitata da tali banche e, perciò, dissuadere gli investitori nell'acquisizione di partecipazioni, costituisce una restrizione ai movimenti di capitali tra Stati membri giustificata in ragione del perseguimento di obiettivi di interesse generale, a condizione che la soglia di attivo fissata da tale normativa sia idonea a garantire la realizzazione di tali obiettivi e non ecceda quanto necessario per il loro raggiungimento.
    nascondi nota di sintesi
  • Sentenza della Corte (Seconda Sezione) del 30 gennaio 2020
    Tim SpA - Direzione e coordinamento Vivendi SA contro Consip SpA e Ministero dell'Economia e delle Finanze

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

    Rinvio pregiudiziale – Aggiudicazione degli appalti pubblici di forniture, di lavori o di servizi – Direttiva 2014/24/UE – Articolo 18, paragrafo 2 – Articolo 57, paragrafo 4 – Motivi di esclusione facoltativi – Motivo di esclusione riguardante un subappaltatore menzionato nell'offerta dell'operatore economico – Violazione, da parte del subappaltatore, degli obblighi in materia di diritto ambientale, sociale e del lavoro – Normativa nazionale che prevede un'esclusione automatica dell'operatore economico per una violazione siffatta

    Causa n.: C-395/18
    Data di assegnazione: 01/04/2020

    La sentenza verte sull'interpretazione della direttiva 2014/24/UE, con particolare riferimento all'applicazione delle disposizioni in materia di motivi di esclusione di un operatore economico dalle procedure di appalto. Vengono in considerazione, inoltre, il Codice italiano dei contratti pubblici (decreto legislativo del 18 aprile 2016, n. 50) e legge del 12 marzo 1999, n. 68 – Norme per il diritto al lavoro dei disabili.

    Il procedimento principale è sorto a seguito dell'esclusione da parte della Consip, in qualità di amministrazione aggiudicatrice, della TIM a una procedura di appalto dopoché la prima ha constatato che uno dei tre subappaltatori dei quali la TIM intendeva avvalersi in caso di aggiudicazione di appalto relativo alla fornitura di un sistema di comunicazione ottica era risultato non in regola con le norme sull'accesso al lavoro dei disabili. Il giudice del rinvio ha chiesto, in sostanza, se la direttiva 2014/24 e il principio di proporzionalità ostino ad una normativa nazionale, in virtù della quale l'amministrazione aggiudicatrice è tenuta ad escludere automaticamente un operatore economico dalla procedura di aggiudicazione di appalto qualora nei confronti di uno dei subappaltatori menzionati nell'offerta di tale operatore venga constatato il motivo di esclusione previsto dall'articolo 57, paragrafo 4, lettera a), di detta direttiva, tra i quali il mancato rispetto (ai sensi dell'articolo 18, paragrafo 2) di obblighi applicabili in materia di diritto ambientale, sociale, e del lavoro stabiliti dal diritto dell'Unione, dal diritto nazionale, dai contratti collettivi e da determinate disposizioni a livello internazionale.

    Secondo la Corte di giustizia dell'UE, anzitutto, l'articolo 57 non ha come obiettivo una uniformità di applicazione dei motivi di esclusione ivi indicati a livello dell'Unione, nella misura in cui gli Stati membri hanno la facoltà di non applicare tali motivi o di integrarli nella normativa nazionale con un grado di rigore che può variare a seconda dei casi, in funzione di considerazioni di ordine giuridico, economico o sociale prevalenti a livello nazionale. Gli Stati membri dispongono dunque di un sicuro margine di discrezionalità nella determinazione delle condizioni di applicazione dei motivi di esclusione facoltativi. Inoltre, la necessità di assicurare in modo adeguato il rispetto degli obblighi previsti dall'articolo 18, paragrafo 2, della direttiva 2014/24 deve permettere agli Stati membri, in sede di determinazione delle condizioni di applicazione del motivo di esclusione previsto dall'articolo 57, paragrafo 4, lettera a), di detta direttiva, di ritenere che l'autore della violazione possa essere non soltanto l'operatore economico che ha presentato l'offerta, ma anche i subappaltatori dei quali quest'ultimo intenda avvalersi; l'amministrazione aggiudicatrice può infatti legittimamente pretendere di attribuire l'appalto soltanto agli operatori economici che, sin dalla fase di procedura di affidamento dell'appalto, dimostrino la propria capacità di assicurare in modo adeguato, nel corso dell'esecuzione dell'appalto, il rispetto degli obblighi suddetti, eventualmente avvalendosi di subappaltatori a loro volta rispettosi degli obblighi in questione. Ne consegue che gli Stati membri possono prevedere, ai fini dell'applicazione dell'articolo 57, paragrafo 4, lettera a), della direttiva 2014/24, che l'amministrazione aggiudicatrice abbia la facoltà, o addirittura l'obbligo, di escludere l'operatore economico che ha presentato l'offerta dalla partecipazione alla procedura di aggiudicazione dell'appalto qualora nei confronti di uno dei subappaltatori menzionati nell'offerta di tale operatore venga constatata una violazione degli obblighi previsti dall'articolo 18 paragrafo 2, di detta direttiva.

    La Corte tuttavia precisa che, nell'applicare i motivi di esclusione facoltativi, le amministrazioni aggiudicatrici devono prestare particolare attenzione al principio di proporzionalità, prendendo segnatamente in considerazione il carattere lieve delle irregolarità commesse o il ripetersi di irregolarità lievi. Tale attenzione deve essere ancor più elevata qualora l'esclusione prevista dalla normativa nazionale colpisca l'operatore economico che ha presentato l'offerta per una violazione commessa non da lui direttamente, bensì da un soggetto estraneo alla sua impresa, per il controllo del quale detto operatore può non disporre di tutta l'autorità richiesta e di tutti i mezzi necessari. La necessità di rispettare il principio di proporzionalità risulta rispecchiata in particolare all'articolo 57, paragrafo 6, primo comma, della direttiva 2014/24, in virtù del quale un operatore economico passibile di esclusione da una procedura di appalto per una violazione constatata nei confronti di un subappaltatore indicato nell'offerta, può fornire le prove al fine di attestare che le misure da esso prese sono sufficienti per dimostrare la sua affidabilità malgrado l'esistenza di detto motivo di esclusione.

    L'articolo 57, paragrafo 6, primo comma, della direttiva 2014/24 precisa che, se tali prove sono ritenute sufficienti, l'operatore economico in questione non deve essere escluso dalla procedura di aggiudicazione dell'appalto. Tale disposizione introduce dunque un meccanismo di misure correttive (self?cleaning) che sottolinea l'importanza attribuita all'affidabilità dell'operatore economico.

    Da tale argomento discende, in sintesi, che una normativa nazionale in discussione nel procedimento principale che preveda in modo generale e astratto l'esclusione automatica dell'operatore economico (che, in altre parole, non consenta all'amministrazione aggiudicatrice di tenere conto, ai fini della valutazione della situazione, di una serie di fattori pertinenti, come i mezzi di cui l'operatore economico che ha presentato l'offerta disponeva per verificare l'esistenza di una violazione in capo ai subappaltatori, o la presenza di un'indicazione, nella sua offerta, della propria capacità di eseguire l'appalto senza avvalersi necessariamente del subappaltatore in questione) viola il principio di proporzionalità, imponendo alle amministrazioni aggiudicatrici di procedere automaticamente a tale esclusione a causa della violazione commessa da un subappaltatore, ed eccedendo così il margine di discrezionalità di cui dispongono gli Stati membri, a norma dell'articolo 57, paragrafo 7, della direttiva 2014/24.

    La Corte statuisce pertanto: l'articolo 57, paragrafo 4, lettera a), della direttiva 2014/24/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 febbraio 2014, sugli appalti pubblici e che abroga la direttiva 2004/18/CE, non osta ad una normativa nazionale, in virtù della quale l'amministrazione aggiudicatrice abbia la facoltà, o addirittura l'obbligo, di escludere l'operatore economico che ha presentato l'offerta dalla partecipazione alla procedura di aggiudicazione dell'appalto qualora nei confronti di uno dei subappaltatori menzionati nell'offerta di detto operatore venga constatato il motivo di esclusione previsto dalla disposizione sopra citata; per contro, tale disposizione, letta in combinato disposto con l'articolo 57, paragrafo 6, della medesima direttiva, nonché il principio di proporzionalità, ostano ad una normativa nazionale che stabilisca il carattere automatico di tale esclusione.

    nascondi nota di sintesi
  • Sentenza della Corte (Grande Sezione) del 3 dicembre 2019
    Iccrea Banca SpA Istituto Centrale del Credito Cooperativo contro Banca d'Italia

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio
    Rinvio pregiudiziale - Direttiva 2014/59/UE - Unione bancaria - Risanamento e risoluzione degli enti creditizi e delle imprese di investimento - Contributi annuali - Calcolo - Regolamento (UE) n. 806/2014 - Regolamento di esecuzione (UE) 2015/81 - Procedura uniforme per la risoluzione degli enti creditizi e delle imprese di investimento - Procedimento amministrativo che vede il coinvolgimento di autorità nazionali e di un organismo dell'Unione - Potere decisionale esclusivo del Comitato di risoluzione unico (SRB) - Procedimento dinanzi ai giudici nazionali - Mancata tempestiva presentazione di un ricorso di annullamento dinanzi al giudice dell'Unione - Regolamento delegato (UE) 2015/63 - Esclusione di alcune passività dal calcolo dei contributi - Interconnessioni tra più banche

    Causa n.: C-414/18
    Data di assegnazione: 29/01/2020
    La Corte di giustizia è chiamata in via pregiudiziale ad interpretare l'articolo 5, paragrafo 1, lettere a) ed f), del regolamento delegato (UE) 2015/63 della Commissione, che integra la direttiva 2014/59/UE (che istituisce un quadro di risanamento e risoluzione delle crisi degli enti creditizi e delle imprese di investimento) per quanto riguarda i contributi ex ante ai meccanismi di finanziamento della risoluzione. Ai sensi dell'articolo 103, paragrafo 2, della direttiva 2014/59/UE i contributi ex ante di ciascun ente (che sono corretti secondo determinati criteri adottati in funzione del profilo di rischio dell'ente) sono calcolati in percentuale dell'ammontare delle sue passività (esclusi i fondi propri) meno i depositi protetti in relazione alle passività aggregate (esclusi i fondi propri) meno i depositi protetti di tutti gli enti autorizzati nel territorio dello Stato membro. Tali contributi, ai sensi dell'articolo 5, paragrafo 1, del regolamento delegato (UE) 2015/63 sono calcolati escludendo, tra l'altro, le passività seguenti: lettera a): passività infragruppo derivanti da operazioni condotte dall'ente con un altro ente appartenente allo stesso gruppo, a condizione che sia soddisfatta ciascuna delle condizioni seguenti: i) ciascun ente è stabilito nell'Unione; ii) ciascun ente è incluso integralmente nella stessa vigilanza su base consolidata a norma degli articoli da 6 a 17 del regolamento (UE) n. 575/2013 ed è sottoposto a adeguate procedure centralizzate di valutazione, misurazione e controllo del rischio; iii) non vi sono e non sono previsti rilevanti impedimenti di fatto o di diritto che ostacolino il tempestivo rimborso della passività alla scadenza; lettera f): in caso di ente che gestisce prestiti agevolati, passività dell'ente intermediario verso l'istituto di credito agevolato d'origine o altro istituto di credito agevolato ovvero verso altro ente intermediario, e passività dell'istituto di credito agevolato verso i suoi finanziatori, nella misura in cui l'importo di tali passività trova corrispondenza nei prestiti agevolati concessi dall'ente. La domanda è stata presentata nell'ambito di una controversia che oppone la Iccrea Banca SpA Istituto Centrale del Credito Cooperativo alla Banca d'Italia, in merito a varie decisioni e note di quest'ultima relative al pagamento di contributi al Fondo nazionale di risoluzione italiano e al Fondo di risoluzione unico (Single Resolution Fund - SRF). Iccrea Banca è una banca che è posta al vertice di una rete di aziende di credito e che ha come obiettivo di dare supporto all'operatività, tra l'altro, delle banche di credito cooperativo in Italia. Ha costituito un gruppo al quale hanno aderito circa 190 banche di credito cooperativo, allo scopo esclusivo di partecipare alle operazioni di rifinanziamento a lungo termine mirate, messe in atto dalla BCE. Con decisioni adottate tra il 2015 e il 2017 la Banca d'Italia ha richiesto a Iccrea Banca il pagamento di contributi ordinari, straordinari e addizionali al Fondo nazionale di risoluzione italiano; inoltre, con nota del 3 maggio 2016 ha richiesto a Iccrea Banca il pagamento di un contributo ex ante al Fondo di risoluzione unico per l'anno 2016 stabilito da una decisione del Comitato di risoluzione unico (Single Resolution Board – SRB) del 15 aprile 2016 e con nota del 27 maggio 2016 ha apportato una correzione all'importo di quest'ultimo contributo, in applicazione di una decisione del SRB del 20 maggio 2016. Avverso le suddette decisioni e note, Iccrea Banca ha proposto ricorso dinanzi al giudice del rinvio; il ricorso mira, altresì, alla determinazione della modalità appropriata di calcolo delle somme effettivamente dovute da Iccrea Banca, nonché al rimborso delle somme che quest'ultima considera come indebitamente pagate. Iccrea Banca sostiene che la Banca d'Italia si è fondata su un'erronea interpretazione dell'articolo 5, paragrafo 1, del regolamento delegato 2015/63. Essa avrebbe infatti preso in considerazione, ai fini del calcolo dei contributi in questione nel procedimento principale, le passività connesse ai rapporti tra Iccrea Banca e talune banche di credito cooperativo, quando invece le stesse avrebbero dovuto essere escluse da tale calcolo in virtù di un'applicazione, in via analogica, delle disposizioni del suddetto regolamento delegato relative alle passività infragruppo o agli enti creditizi che gestiscono prestiti agevolati. Tale erronea interpretazione avrebbe altresì portato la Banca d'Italia a non cogliere la peculiarità del sistema integrato nel quale opererebbe Iccrea Banca ed avrebbe così causato un errore nel calcolo del contributo ex ante al SRF per l'anno 2016. Il TAR Lazio ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte la seguente questione pregiudiziale: - se l'articolo 5, paragrafo 1, in particolare alle lettere a) ed f), del regolamento delegato 2015/63 osti ad un'applicazione del regime previsto delle passività infragruppo anche nel caso di gruppo ?di fatto? o, comunque, nel caso di interconnessioni esistenti tra un ente ed altre banche di un medesimo sistema; - se invece il trattamento di favore riservato alle passività agevolate nel medesimo articolo 5 possa trovare applicazione, per via analogica, anche alle passività di una banca cosiddetta ?di secondo livello? verso le altre banche del sistema (del Credito Cooperativo) o se quest'ultima caratteristica di un ente, concretamente operante come istituto centrale all'interno di una compagine interconnessa ed integrata di piccole banche, anche nei rapporti con la BCE e con il mercato finanziario, debba comunque condurre, in base alla disciplina vigente, a qualche correttivo nella prospettazione dei dati finanziari da parte dell'Autorità nazionale di risoluzione agli organismi [dell'Unione] e nella determinazione dei contributi dovuti dall'ente al Fondo di risoluzione in forza delle sue effettive passività e del suo concreto profilo [di] rischio. Sulla ricevibilità della domanda di pronuncia pregiudiziale, la Corte sostiene che non spetta al giudice del rinvio valutare, nella causa di cui al procedimento principale, la compatibilità di decisioni della Banca d'Italia con le norme disciplinanti il calcolo dei contributi ex ante al SRF, dato che detto giudice non può, in virtù del diritto dell'Unione, né pronunciarsi sugli atti della Banca d'Italia che preparano tale calcolo, né impedire la riscossione, a carico di Iccrea Banca, di un contributo corrispondente all'importo determinato mediante atti del SRB la cui invalidità non è stata accertata, con conseguente irricevibilità della questione sollevata per gli aspetti che si riferiscono specificamente al calcolo dei contributi ex ante al SRF, mentre la questione è ritenuta ricevibile là dove si riferisce al calcolo dei contributi ordinari, straordinari e addizionali al Fondo nazionale di risoluzione italiano. Per la parte ricevibile la Corte risponde alla questione sottolineando in particolare che: ? le relazioni tra enti creditizi come quelle evocate dal giudice del rinvio, intercorrenti tra una banca di secondo livello e i suoi partner e consistenti nella fornitura di servizi di vario tipo da parte di tale banca di secondo livello, non possono essere considerate idonee a dimostrare l'esistenza di un gruppo in seno al quale possano esistere delle «passività infragruppo», ai sensi dell'articolo 5, paragrafo 1, lettera a), del regolamento delegato 2015/63. ? il semplice fatto che delle banche cooperative facciano parte di una compagine, quale quella di cui al procedimento principale, non è idoneo a dimostrare che la banca di secondo livello appartenente a tale gruppo possa essere considerata come un ente creditizio che gestisce prestiti agevolati, il che è sufficiente per escludere che una parte delle sue passività possa soddisfare i requisiti enunciati all'articolo 5, paragrafo 1, lettera f), del regolamento delegato 2015/63; ? sebbene il giudice del rinvio prospetti che l'articolo 5, paragrafo 1, lettere a) ed f), del suddetto regolamento delegato debba essere interpretato nel senso che può essere applicato a situazioni che sono assimilabili a quelle prese in considerazione da tale articolo, quand'anche dette situazioni non soddisfino la totalità delle condizioni enunciate nelle disposizioni sopra citate, occorre constatare che un'interpretazione siffatta è incompatibile con il testo di tali disposizioni. Per gli argomenti sopra descritti, la Corte ha risolto la questione pregiudiziale stabilendo che l'articolo 103, paragrafo 2, della direttiva 2014/59 e l'articolo 5, paragrafo 1, lettere a) ed f), del regolamento delegato 2015/63 devono essere interpretati nel senso che le passività risultanti da operazioni concluse tra una banca di secondo livello e i membri di una compagine, che detta banca forma insieme a banche cooperative cui fornisce servizi di vario tipo senza avere il controllo delle stesse, e non comprendenti prestiti concessi su base non concorrenziale e senza scopo di lucro non sono escluse dal calcolo dei contributi ad un fondo nazionale di risoluzione contemplati dal citato articolo 103, paragrafo 2.
    nascondi nota di sintesi
  • Sentenza della Corte (Seconda Sezione) dell' 8 maggio 2019
    Antonio Pasquale Mastromartino contro Commissione Nazionale per le Società e la Borsa (Consob)

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio
    Rinvio pregiudiziale - Mercati degli strumenti finanziari - Direttiva 2004/39/UE - Articoli 8, 23, 50 e 51 - Ambito di applicazione - Consulente finanziario abilitato all'offerta fuori sede - Agente avente la qualità di imputato in un procedimento penale - Normativa nazionale che prevede la possibilità di vietare temporaneamente l'esercizio dell'attività - Libertà fondamentali - Situazione puramente interna - Inapplicabilità

    Causa n.: C-53/18
    Data di assegnazione: 11/06/2019
    La Corte ha dichiarato che gli articoli 8, 23, 50 e 51 della direttiva 2004/39/CE, relativa ai mercati degli strumenti finanziari, e gli articoli 49 e 56 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), nonché i princìpi di non discriminazione e di proporzionalità, devono essere interpretati nel senso che, in una situazione quale quella in esame nel procedimento principale, un divieto temporaneo di esercizio dell'attività di consulente finanziario abilitato all'offerta fuori sede non rientra né nell'ambito di applicazione di detta direttiva, né in quello degli articoli 49 e 56 del TFUE, e neppure in quello dei princìpi di non discriminazione e di proporzionalità, e che pertanto le predette norme e i predetti princìpi non ostano a un divieto siffatto
    nascondi nota di sintesi
  • Sentenza della Corte (Prima Sezione) dell' 8 maggio 2019
    EN.SA. Srl contro Agenzia delle Entrate - Direzione Regionale Lombardia Ufficio Contenzioso

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Commissione Tributaria Regionale per la Lombardia
    Rinvio pregiudiziale - Imposta sul valore aggiunto (IVA) - Operazioni fittizie - Impossibilità di detrarre l'imposta - Obbligo, per l'emittente di una fattura, di assolvere l'IVA in essa indicata - Sanzione di importo pari a quello dell'IVA indebitamente detratta - Compatibilità con i principi di neutralità dell'IVA e di proporzionalità

    Causa n.: C-712/17
    Data di assegnazione: 11/06/2019
    La Corte ha dichiarato che, in una situazione in cui vendite fittizie di energia elettrica effettuate in modo circolare tra gli stessi operatori e per gli stessi importi non hanno causato perdite di gettito fiscale, la direttiva 2006/112/CE, relativa al sistema comune d'imposta sul valore aggiunto, letta alla luce dei princìpi di neutralità e di proporzionalità, non osta a una normativa nazionale che esclude la detrazione dell'imposta sul valore aggiunto (IVA) relativa a operazioni fittizie, imponendo al contempo ai soggetti che indicano l'IVA in una fattura di assolvere tale imposta, anche per un'operazione inesistente, purché il diritto nazionale consenta di rettificare il debito d'imposta risultante da tale obbligo qualora l'emittente della fattura, che non era in buona fede, abbia, in tempo utile, eliminato completamente il rischio di perdite di gettito fiscale, mentre i princìpi di proporzionalità e di neutralità dell'IVA, in una situazione come quella di cui al procedimento principale, ostano a una norma di diritto nazionale in forza della quale la detrazione illegale dell'IVA è punita con una sanzione pari all'importo della detrazione effettuata
    nascondi nota di sintesi
  • Sentenza della Corte (Decima Sezione) del 21 marzo 2019
    Tecnoservice Int. Srl, en faillite contro Poste Italiane SpA

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta da Tribunale ordinario di Udine
    Rinvio pregiudiziale - Servizi di pagamento nel mercato interno - Direttiva 2007/64/UE - Articolo 74, paragrafo 2 - Ordine di pagamento mediante bonifico - Identificativo unico inesatto fornito dal pagatore - Esecuzione dell'operazione di pagamento sulla base dell'identificativo unico - Responsabilità del prestatore di servizi di pagamento del beneficiario

    Causa n.: C-245/18
    Data di assegnazione: 16/04/2019
    La Corte ha dichiarato che l'articolo 74, paragrafo 2, della direttiva 2007/64/CE, relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno, deve essere interpretato nel senso che, ove un ordine di pagamento sia eseguito in conformità all'identificativo unico fornito dall'utente di servizi di pagamento, che non corrisponde al nome del beneficiario specificato dall'utente stesso, la limitazione della responsabilità del prestatore di servizi di pagamento, prevista dalla disposizione in oggetto, si applica sia al prestatore di servizi di pagamento del pagatore, sia al prestatore di servizi di pagamento del beneficiario.
    nascondi nota di sintesi
  • Sentenza della Corte (Decima Sezione) del 19 dicembre 2018
    Francesca Cadeddu contro Agenzia delle Entrate - Direzione provinciale di Cagliari e a.

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Commissione Tributaria Provinciale di Cagliari
    Rinvio pregiudiziale - Regolamento (CE) n. 1083/2006 - Articolo 2, punto 4 - Nozione di «beneficiario» - Articolo 80 - Divieto di applicare una detrazione o trattenuta sugli importi versati - Altro onere specifico o con effetto equivalente - Nozione - Borsa di studio cofinanziata dal Fondo sociale europeo - Assimilazione ai redditi di lavoro dipendente - Ritenuta a titolo di acconto dell'imposta sui redditi, maggiorata dell'addizionale regionale e dell'addizionale comunale

    Causa n.: C-667/17
    Data di assegnazione: 22/01/2019
    La Corte ha dichiarato che l'articolo 80 del regolamento (CE) n. 1083/2006, recante disposizioni generali sul Fondo europeo di sviluppo regionale, sul Fondo sociale europeo e sul Fondo di coesione e che abroga il regolamento (CE) n. 1260/1999, in combinato disposto con l'articolo 2, punto 4, di tale regolamento, non osta a una normativa tributaria nazionale che assoggetta all'imposta sul reddito delle persone fisiche gli importi concessi a queste ultime, a titolo di borsa di studio, dall'organismo pubblico incaricato dell'attuazione del progetto selezionato dall'autorità di gestione del programma operativo di cui trattasi, ai sensi dell'articolo 2, punto 3, del suddetto regolamento, e finanziato con Fondi strutturali europei.
    nascondi nota di sintesi
  • Sentenza della Corte (Grande Sezione) del 19 dicembre 2018
    Silvio Berlusconi e Finanziaria d'investimento Fininvest SpA (Fininvest) contro Banca d'Italia e Istituto per la Vigilanza Sulle Assicurazioni (IVASS)

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Consiglio di Stato
    Rinvio pregiudiziale - Ravvicinamento delle legislazioni - Vigilanza prudenziale degli enti creditizi - Acquisizione di una partecipazione qualificata in un ente creditizio - Procedura disciplinata dalla direttiva 2013/36/UE nonché dai regolamenti (UE) nn. 1024/2013 e 468/2014 - Procedimento amministrativo composto - Potere decisionale esclusivo della Banca centrale europea (BCE) - Ricorso avverso atti preparatori emanati dall'autorità nazionale competente - Asserita violazione del giudicato formatosi su una decisione nazionale

    Causa n.: C-219/17
    Data di assegnazione: 22/01/2019
    La Corte ha dichiarato che l'articolo 263 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea osta a che gli organi giurisdizionali nazionali esercitino un controllo di legittimità sugli atti di avvio, preparatori o di proposta non vincolante adottati dalle autorità nazionali competenti nell'ambito della procedura prevista agli articoli 22 e 23 della direttiva 2013/36/UE, sull'accesso all'attività degli enti creditizi e sulla vigilanza prudenziale sugli enti creditizi e sulle imprese di investimento, all'articolo 4, paragrafo 1, lettera c), e all'articolo 15 del regolamento (UE) n. 1024/2013, che attribuisce alla Banca centrale europea compiti specifici in merito alle politiche in materia di vigilanza prudenziale degli enti creditizi, nonché agli articoli da 85 a 87 del regolamento (UE) n. 468/2014 della Banca centrale europea, che istituisce il quadro di cooperazione nell'ambito del Meccanismo di vigilanza unico tra la Banca centrale europea e le autorità nazionali competenti e con le autorità nazionali designate (regolamento quadro sull'MVU); è al riguardo irrilevante la circostanza che un giudice nazionale sia stato investito di un'azione specifica di nullità per asserita violazione del giudicato formatosi su una decisione giudiziaria nazionale.
    nascondi nota di sintesi
  • Sentenza della Corte (Quarta Sezione) del 21 novembre 2018
    Fortunata Silvia Fontana contro Agenzia delle Entrate - Direzione provinciale di Reggio Calabria

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Commissione Tributaria Provinciale di Reggio Calabria
    Rinvio pregiudiziale - Imposta sul valore aggiunto (IVA) - Direttiva 2006/112/UE - Articolo 273 - Accertamento tributario - Metodo di accertamento della base imponibile in via induttiva - Detraibilità dell'IVA - Presunzione - Principi di neutralità e di proporzionalità - Normativa nazionale che fonda la determinazione dell'IVA sul volume d'affari presunto

    Causa n.: C-648/16
    Data di assegnazione: 13/12/2018
    La Corte ha dichiarato che la direttiva 2006/112/CE, relativa al sistema comune d'imposta sul valore aggiunto (IVA), nonché i princìpi di neutralità fiscale e di proporzionalità non ostano a una normativa nazionale che consente all'Amministrazione finanziaria, a fronte di gravi divergenze tra i redditi dichiarati e i redditi stimati sulla base di studi di settore, di ricorrere a un metodo induttivo, basato sugli studi di settore stessi, al fine di accertare il volume d'affari realizzato dal contribuente e procedere, di conseguenza, a rettifica fiscale con imposizione di una maggiorazione dell'IVA, a condizione che tale normativa e la sua applicazione permettano al contribuente, nel rispetto dei princìpi di neutralità fiscale e di proporzionalità nonché del diritto di difesa, di contestare, sulla base di tutte le prove contrarie di cui disponga, le risultanze derivanti da tale metodo e di esercitare il proprio diritto alla detrazione dell'imposta.
    nascondi nota di sintesi
  • Sentenza della Corte (Grande Sezione) del 6 novembre 2018
    Data di assegnazione: 13/12/2018
    La Corte ha, tra l'altro, annullato la decisione 2013/284/UE della Commissione, relativa all'aiuto di Stato SA 20829, concernente il regime di esenzione dall'imposta comunale sugli immobili per gli immobili utilizzati da enti non commerciali per fini specifici, nella parte in cui la Commissione europea non ha ordinato all'Italia il recupero degli aiuti illegali concessi sulla base dell'esenzione dall'imposta comunale sugli immobili
    nascondi nota di sintesi
  • Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 13 settembre 2018
    Enzo Buccioni contro Banca d'Italia

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Consiglio di Stato
    Rinvio pregiudiziale - Ravvicinamento delle legislazioni - Direttiva 2013/36/UE - Articolo 53, paragrafo 1 - Obbligo del segreto professionale incombente alle autorità nazionali di vigilanza prudenziale sugli enti creditizi - Ente creditizio di cui è stata ordinata la liquidazione coatta - Divulgazione di informazioni riservate nell'ambito di procedimenti civili o commerciali

    Causa n.: C-594/16
    Data di assegnazione: 26/11/2018
    La Corte ha dichiarato che l'articolo 53, paragrafo 1, della direttiva 2013/36/UE, sull'accesso all'attività degli enti creditizi e sulla vigilanza prudenziale sugli enti creditizi e sulle imprese di investimento, non osta a che le autorità competenti degli Stati membri divulghino informazioni riservate a una persona che ne faccia richiesta per poter avviare un procedimento civile o commerciale volto alla tutela di interessi patrimoniali che sarebbero stati lesi a seguito della messa in liquidazione coatta amministrativa di un ente creditizio, purché la domanda di divulgazione riguardi informazioni in merito alle quali il richiedente fornisca indizi precisi e concordanti che lascino plausibilmente supporre che esse risultino pertinenti ai fini di un procedimento civile o commerciale, il cui oggetto dev'essere concretamente individuato dal richiedente e al di fuori del quale le informazioni non possono essere utilizzate.
    nascondi nota di sintesi
  • Sentenza della Corte (Decima Sezione) del 25 luglio 2018
    Agenzia delle Dogane e dei Monopoli contro Pilato SpA

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta da Commissione Tributaria Regionale del Lazio
    Rinvio pregiudiziale - Tariffa doganale comune - Nomenclatura combinata - Classificazione doganale - Voci 8703, 8704 e 8705 - Autofunebri

    Causa n.: C-445/17
    Data di assegnazione: 26/11/2018
    La Corte ha dichiarato che, nell'ambito della nomenclatura combinata contenuta nell'allegato I al regolamento (CEE) n. 2658/87, relativo alla nomenclatura tariffaria e statistica ed alla tariffa doganale comune, le auto funebri devono essere classificate alla voce 8703 di tale nomenclatura, relativa agli autoveicoli costruiti principalmente per il trasporto di persone.
    nascondi nota di sintesi
Vai a inizio pagina