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Sentenze della Corte di Giustizia dell'UE

XI COMMISSIONE (LAVORO PUBBLICO E PRIVATO)

  • Causa n.: C-302/19
    Data di assegnazione: 17/12/2020
    La sentenza verte sull'interpretazione dell'art. 12, par. 1, lett. e della direttiva 2011/98/UE, la quale stabilisce un insieme comune di diritti per i lavoratori di paesi terzi che soggiornano regolarmente in uno Stato membro: in particolare, la Corte verifica la compatibilità con il principio di parità di trattamento ivi sancito di una disciplina nazionale, quale quella risultante dall'art. 2, c. 6 bis del d. l. 69/1988, la quale, ai fini della determinazione del diritto all'assegno per il nucleo familiare, esclude dal computo dei componenti del nucleo del cittadino di paese terzo titolare di permesso unico i familiari che non risiedono nel territorio nazionale, bensì in un paese terzo, allorché invece vengono presi in considerazione i familiari dei cittadini italiani anche se residenti in un paese terzo. La pronuncia risponde infatti al quesito pregiudiziale sollevato dalla Corte di Cassazione, la quale è stata chiamata a decidere sulla correttezza (o meno) dell'applicazione dell'art. 12, direttiva 2011/98/UE data dalla Corte di Appello di Torino nel negare la legittimità del rigetto opposto da INPS alla domanda di assegno per il nucleo familiare presentata da WS, cittadino di paese terzo titolare dapprima di un permesso di soggiorno per lavoro subordinato e poi di un permesso unico, i cui familiari avevano risieduto, per la durata del periodo di riferimento, nel proprio paese d'origine. Il rigetto di INPS discendeva dall'applicazione dell'art. 2, c. 6 bis del d. l. 69/1988, ai sensi del quale « Non fanno parte del nucleo familiare? il coniuge ed i figli ed equiparati di cittadino straniero che non abbiano la residenza nel territorio della Repubblica, salvo che dallo Stato di cui lo straniero è cittadino sia riservato un trattamento di reciprocità nei confronti dei cittadini italiani ovvero sia stata stipulata convenzione internazionale in materia di trattamenti di famiglia.» La Corte di Cassazione si trovava pertanto nella necessità di valutare se la legislazione italiana suddetta realizzasse una disparità di trattamento, proibita dal diritto dell'Unione, tra cittadino italiano e cittadino di paese terzo regolarmente soggiornante in Italia rispetto all'accesso a una prestazione di natura previdenziale, quale l'assegno per il nucleo familiare. La Corte procede, innanzitutto, dal ricordare che la direttiva 2011/98/UE impone agli Stati membri di far beneficiare della parità di trattamento, per quanto concerne i settori della sicurezza sociale, come definiti nel regolamento (CE) n. 883/2004, i cittadini di paesi terzi che sono stati ammessi in uno Stato membro a fini lavorativi a norma del diritto dell'Unione o nazionale. In questo senso, la Corte ribadisce che, pur spettando a ciascuno Stato membro stabilire le condizioni per la concessione delle prestazioni di sicurezza sociale nonché l'importo di tali prestazioni e il periodo per il quale sono concesse, nell'esercitare tale facoltà, gli Stati membri devono conformarsi al diritto dell'Unione e, dunque, assicurare il principio della parità di trattamento stabilito dall'art. 12 di detta direttiva. L'applicazione dell'art. 12, direttiva 2011/98/UE alla vicenda in esame dipende tuttavia dalla possibilità di ricondurre l'assegno per il nucleo familiare, di cui al d. l. 69/1988, a uno dei settori della sicurezza sociale definiti nel regolamento (CE) n. 883/2004: ebbene, giacché il giudice del rinvio ha riconosciuto la natura previdenziale di tale prestazione, in quanto costituisce un'integrazione economica di cui beneficiano tutti i prestatori di lavoro che svolgono la loro attività sul territorio italiano, purché abbiano un nucleo familiare che produce redditi non superiori ad una determinata soglia, e giacché tale prestazione ha come beneficiari i familiari stessi del lavoratore, il cui numero rileva altresì per la definizione del quantum dell'assegno, si deve riconoscere che l'assegno per il nucleo familiare ricade sotto l'art. 3, lett. j del regolamento (CE) n. 883/2004, quale ?prestazione familiare?. La pronuncia della Corte chiarisce, dunque, che non risulta da alcuna delle disposizioni della direttiva 2011/98, una possibilità per gli Stati membri di escludere dal diritto alla parità di trattamento nell'accesso alle prestazioni di sicurezza sociale il lavoratore titolare di un permesso unico i cui familiari risiedono in un paese terzo. Al contrario, risulta che un tale lavoratore deve beneficiare del diritto alla parità di trattamento. Né possono indurre, secondo la Corte, a una conclusione opposta i considerando 20 e 24 contenuti nel preambolo della medesima direttiva e menzionati dal giudice del rinvio, giacché il preambolo non ha alcun valore giuridico vincolante e non può essere invocato né per derogare alle disposizioni stesse dell'atto in questione, né per interpretare queste disposizioni in un senso manifestamente contrario al loro tenore letterale. D'altra parte, la formulazione del considerando 20 si riferisce alla sola circostanza per cui i familiari di un lavoratore di paese terzo titolare di un permesso unico beneficiano direttamente del diritto alla parità di trattamento previsto all'articolo 12 della direttiva in parola, mentre il considerando 24 è volto a precisare, tra l'altro, che la direttiva in oggetto non accorda essa stessa, al di là della parità di trattamento con i cittadini dello Stato membro ospitante, diritti in materia di sicurezza sociale ai cittadini di paesi terzi titolari di un permesso unico. La Corte afferma che non si può desumere dal riconoscimento della parità di trattamento a favore dei familiari di un cittadino di paese terzo che risiedano nel territorio di uno Stato membro (ex art.1, regolamento n. 1231/2010) l'esclusione dal godimento del medesimo diritto previsto dalla direttiva 2011/98 del titolare di un permesso unico i cui familiari non risiedano nel territorio dello Stato membro interessato, quale il ricorrente nel procedimento in oggetto. Né tale esclusione può trovare un fondamento nel mero fatto che, per i soggiornanti di lungo periodo, la direttiva 2003/109 prevede invece che lo Stato membro interessato possa limitare la parità di trattamento nelle prestazioni sociali, ai casi in cui il familiare per cui essi chiedono la prestazione abbia eletto dimora o risieda abitualmente nel suo territorio. Neppure il fatto che l'esclusione dal versamento dell'assegno per il nucleo familiare dipenda esclusivamente dall'omessa considerazione dei familiari non residenti nel territorio della Repubblica italiana che incide sull'entità dell'importo, rendendo quest'ultimo pari a zero, costituisce una giustificazione per una deroga al diritto alla parità di trattamento di cui all'articolo 12, paragrafo 1, lettera e), della direttiva 2011/98, dal momento che si realizza in ogni caso una disparità di trattamento tra gli stranieri titolari di permesso unico e i cittadini italiani. Infine la Corte ritiene infondata l'affermazione secondo cui l'esclusione dall'assegno per il nucleo familiare del titolare di un permesso unico i cui familiari non risiedono nel territorio dello Stato membro interessato sarebbe conforme all'obiettivo di integrazione, inteso come effettiva presenza sul territorio, dal momento che, invece, l'obiettivo di favorire l'integrazione dei cittadini di paesi terzi è perseguito dalla direttiva garantendo loro un trattamento equo in virtù della previsione di un insieme comune di diritti, che si fonda sulla parità di trattamento con i cittadini dello Stato membro ospitante. In definitiva, la Corte dichiara che l'articolo 12, par. 1, lett. e, della direttiva 2011/98/CE deve essere interpretato nel senso che esso osta a una normativa di uno Stato membro, quale quella italiana discendente dall'art. 2, c. 6 bis, d. l. 69/1988, in forza della quale, ai fini della determinazione dei diritti a una prestazione di sicurezza sociale, come l'assegno per il nucleo familiare, non vengono presi in considerazione i familiari del titolare di un permesso unico che risiedano non nel territorio di tale Stato membro, ma in un paese terzo, mentre vengono presi in considerazione i familiari del cittadino di detto Stato membro residenti in un paese terzo.
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  • Causa n.: C-303/19
    Data di assegnazione: 17/12/2020
    La sentenza verte sull'interpretazione dell'art. 11, par. 1, lett. d della direttiva 2003/109/CE, relativa allo status dei cittadini di paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo: in particolare, la Corte valuta la compatibilità tra il diritto ivi sancito del soggiornante di lungo periodo allo stesso trattamento dei cittadini nazionali per quanto riguarda le prestazioni sociali, l'assistenza sociale e la protezione sociale e una disciplina nazionale, quale quella italiana, risultante dal combinato disposto dell'art. 2, c. 6 bis del d. l. 69/1988 e dell'art. 9, c. 12, lett. c, d. lgs. 286/1998 (TU immigrazione), la quale, ai fini della determinazione del diritto all'assegno per il nucleo familiare, esclude dal computo dei componenti del nucleo del soggiornante di lungo periodo i familiari che non risiedono nel territorio nazionale, bensì in un paese terzo, allorché invece vengono presi in considerazione i familiari dei cittadini italiani anche se residenti in un paese terzo. La pronuncia risponde infatti al quesito pregiudiziale sollevato dalla Corte di Cassazione, la quale è stata chiamata a decidere sulla legittimità del rigetto opposto da INPS alla domanda di assegno per il nucleo familiare presentata da VR, cittadino di paese terzo, occupato in Italia e titolare di un permesso di soggiorno di lunga durata dal 2010, i cui familiari avevano risieduto, per la durata del periodo di riferimento, nel proprio paese d'origine. Il rigetto di INPS discendeva dall'applicazione dell'art. 2, c. 6 bis del d. l. 69/1988, ai sensi del quale « Non fanno parte del nucleo familiare? il coniuge ed i figli ed equiparati di cittadino straniero che non abbiano la residenza nel territorio della Repubblica, salvo che dallo Stato di cui lo straniero è cittadino sia riservato un trattamento di reciprocità nei confronti dei cittadini italiani ovvero sia stata stipulata convenzione internazionale in materia di trattamenti di famiglia». D'altra parte, il TU immigrazione, all'art. 9, c. 12, lett. c, stabilisce che il cittadino di un paese terzo titolare di un permesso di soggiorno di lunga durata usufruisce delle prestazioni di previdenza sociale e di assistenza sociale, «salvo che sia diversamente disposto e sempre che sia dimostrata l'effettiva residenza dello straniero sul territorio nazionale». La Corte di Cassazione si trovava pertanto nella necessità di valutare se la legislazione italiana suddetta realizzasse una deroga al principio della parità di trattamento tra cittadino italiano e cittadino di paese terzo regolarmente soggiornante in Italia compatibile con l'art. 11 della direttiva 2003/109/CE. La Corte procede, innanzitutto, dal ricordare che l'articolo 11, par. 1, lett. d, della direttiva 2003/109/CE impone agli Stati membri di far beneficiare i soggiornanti di lungo periodo dello stesso trattamento dei cittadini nazionali per quanto riguarda, in particolare, le prestazioni sociali previste dalla legislazione nazionale. Nondimeno, ai sensi dell'articolo 11, par. 2, di detta direttiva, gli Stati membri possono limitare la parità di trattamento nell'accesso alle prestazioni sociali, ai casi in cui il soggiornante di lungo periodo, o il familiare per cui viene chiesta la prestazione, ha eletto dimora o risiede abitualmente nel loro territorio. Altresì, ai sensi del paragrafo 4 del medesimo articolo, gli Stati membri possono limitare la parità di trattamento in materia di assistenza sociale e protezione sociale alle prestazioni essenziali. Tali deroghe possono però essere invocate solo qualora gli organi competenti nello Stato membro interessato per l'attuazione di tale direttiva abbiano chiaramente espresso l'intenzione di avvalersi delle stesse. A tal proposito, la Corte ritiene, in virtù delle risultanze del fascicolo di causa e di quanto è stato confermato in udienza dalla Repubblica italiana, che quest'ultima non abbia espresso l'intenzione di avvalersi di una simile deroga in sede di recepimento della direttiva 2003/109 nel diritto nazionale. Pertanto, la Corte nega che l'esclusione del soggiornante di lungo periodo i cui familiari non risiedono nel territorio italiano dall'accesso all'assegno per il nucleo familiare, che deriva dall'applicazione dell'art. 2, c. 6 bis del d. l. 69/1988, possa essere ricondotta alle ipotesi di legittima deroga al principio della parità di trattamento previste dall'art. 11 della suddetta direttiva. La Corte afferma che, sebbene l'esclusione dal versamento dell'assegno per il nucleo familiare dipenda esclusivamente dall'omessa considerazione dei familiari non residenti nel territorio della Repubblica italiana che incide sull'entità dell'importo, rendendo quest'ultimo pari a zero, ciò integra nondimeno una disparità di trattamento tra i titolari di un permesso di soggiorno di lunga durata e i cittadini italiani proibita dall'articolo 11, par. 1, lett. d, della direttiva 2003/109/CE. D'altra parte, secondo la Corte, tale difformità nell'accesso alle prestazioni sociali non potrebbe giustificarsi con riferimento al fatto che i soggiornanti di lungo periodo e i cittadini dello Stato membro ospitante si troverebbero in una situazione diversa a causa dei loro rispettivi legami con tale Stato, essendo tale giustificazione contraria alla ratio dell'articolo 11. Secondo una giurisprudenza costante della Corte di giustizia, neanche le eventuali difficoltà di controllo sulla situazione dei beneficiari per quanto riguarda le condizioni di concessione dell'assegno per il nucleo familiare qualora i familiari non risiedano nel territorio dello Stato membro interessato, eccepite dall'INPS e dal governo italiano, possono giustificare una disparità di trattamento. Infine la Corte ritiene infondata l'affermazione secondo cui l'esclusione dall'assegno per il nucleo familiare del titolare di un permesso unico i cui familiari non risiedono nel territorio dello Stato membro interessato sarebbe conforme all'obiettivo di integrazione, inteso come effettiva presenza sul territorio, dal momento che, invece, l'obiettivo di favorire l'integrazione dei cittadini di paesi terzi è perseguito dalla direttiva garantendo loro un trattamento equo in virtù della previsione di un insieme comune di diritti, che si fonda sulla parità di trattamento con i cittadini dello Stato membro ospitante. In definitiva, la Corte dichiara che l'articolo 11, par. 1, lett. d, della direttiva 2003/109/CE, relativa allo status dei cittadini di paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo, deve essere interpretato nel senso che esso osta a una normativa di uno Stato membro in forza della quale, ai fini della determinazione dei diritti a una prestazione di sicurezza sociale, non vengono presi in considerazione i familiari del soggiornante di lungo periodo che risiedano non già nel territorio di tale Stato membro, bensì in un paese terzo, mentre vengono presi in considerazione i familiari del cittadino di detto Stato membro residenti in un paese terzo, qualora tale Stato membro non abbia espresso, in sede di recepimento di detta direttiva nel diritto nazionale, la propria intenzione di avvalersi della deroga alla parità di trattamento consentita dall'articolo 11, paragrafo 2, della medesima direttiva.
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  • Sentenza della Corte (Prima Sezione) dell'8 maggio 2019
    Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca - MIUR contro Fabio Rossato e Conservatorio di Musica F.A. Bonporti

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Corte di Appello di Trento
    Rinvio pregiudiziale - Politica sociale - Lavoro a tempo determinato - Contratti conclusi con un datore di lavoro rientrante nel settore pubblico - Misure dirette a sanzionare il ricorso abusivo a contratti di lavoro a tempo determinato - Trasformazione del rapporto di lavoro in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato - Limitazione dell'effetto retroattivo della trasformazione - Assenza di risarcimento pecuniario

    Causa n.: C-494/17
    Data di assegnazione: 11/06/2019
    La Corte ha dichiarato che la clausola 5, punto 1, dell'accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, concluso il 18 marzo 1999, allegato alla direttiva 1999/70/CE, non osta a una normativa nazionale che, così come applicata dagli organi giurisdizionali supremi, esclude - per docenti del settore pubblico che hanno beneficiato della trasformazione del loro rapporto di lavoro a tempo determinato in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato con un effetto retroattivo limitato - qualsiasi diritto al risarcimento pecuniario in ragione dell'utilizzo abusivo di una successione di contratti a tempo determinato, allorché una siffatta trasformazione non è né incerta, né imprevedibile, né aleatoria e la limitazione del riconoscimento dell'anzianità maturata in forza della suddetta successione di contratti di lavoro a tempo determinato costituisce una misura proporzionata per sanzionare tale abuso
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  • Sentenza della Corte (Decima Sezione) del 25 ottobre 2018
    Martina Sciotto contro Fondazione Teatro dell'Opera di Roma

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Corte d'appello di Roma
    Rinvio pregiudiziale - Politica sociale - Direttiva 1999/70/UE - Accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato - Clausola 5 - Misure volte a prevenire l'utilizzo abusivo di una successione di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato - Normativa nazionale che esclude l'applicazione di tali misure nel settore di attività delle fondazioni lirico-sinfoniche

    Causa n.: C-331/17
    Data di assegnazione: 26/11/2018
    La Corte ha dichiarato incompatibile con la clausola 5 dell'accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, allegato alla direttiva 1999/70/CE, la normativa nazionale in forza della quale le norme che disciplinano i rapporti di lavoro, e intese a sanzionare il ricorso abusivo a una successione di contratti a tempo determinato tramite la conversione automatica del contratto a tempo determinato in un contratto a tempo indeterminato se il rapporto di lavoro perdura oltre una data precisa, non sono applicabili al settore di attività delle fondazioni lirico-sinfoniche, qualora non esista nessun'altra misura effettiva nell'ordinamento giuridico interno che sanzioni gli abusi constatati in tale settore.
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  • Sentenza della Corte (Sesta Sezione) del 20 settembre 2018
    Chiara Motter contro Provincia autonoma di Trento

    Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale di Trento
    Rinvio pregiudiziale - Politica sociale - Direttiva 1999/70/UE - Accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato - Clausola 4 - Settore pubblico - Docenti di scuola secondaria - Assunzione come dipendenti pubblici di ruolo di lavoratori con contratto a tempo determinato per mezzo di una procedura di selezione per titoli - Determinazione dell'anzianità di servizio - Computo parziale dei periodi di servizio prestati nell'ambito di contratti di lavoro a tempo determinato

    Causa n.: C-466/17
    Data di assegnazione: 26/11/2018
    La Corte ha dichiarato compatibile con la clausola 4 dell'accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, allegato alla direttiva 1999/70/CE, la normativa nazionale che, ai fini dell'inquadramento di un lavoratore in una categoria retributiva al momento della sua assunzione in base ai titoli come dipendente pubblico di ruolo, tiene conto dei periodi di servizio prestati nell'ambito di contratti di lavoro a tempo determinato in misura integrale fino al quarto anno e poi, oltre tale limite, parzialmente, a concorrenza dei due terzi.
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